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Full text of "La gioconda : tragedia"

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PQ4803 

.64 


V 

Gabriele  d’Annunzio 


LA  GIOCONDA 


TRA  ordì  a. 


Com  Iella  mortai  pami,  e  non  (Varie, 
L/TioisrARDO  i>A  Vinci. 


M  I  L  A  N  0 

fratelli  treves,  editori 

19  05 

Undicesimo  Migliaio. 


THE  UBRARY  OF  THE 
UNIVERSITY  OF 
NORTH  CAROLINA 
AT  CHAPEL  HILL 


ENDOWED  BY  THE 
DIALECTIC  AND  PHILANTHROPIC 
SOCIETIES 


ì 


POLSO 3 
.GL 

1905 


This  hook  is  due  at  thè  LOUIS  R.  WILSON  LIBRARY  onthe 
last  date  stamped  under  “Date  Due.”  If  not  on  hold  it  may  be 
renewed  by  bringing  it  to  thè  library. 

DATE 

DUE 

DATE 

DUE 

* - 

1 

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1 

1  — - 

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——————— 

Form  No.  513 

THE  UNIVERSITY  OF 
NORTH  CAROLINA 
AT  CHAPEL  HILL 
LIBRARY 


PliRCHASEU  ON  THE 


DR.  AND  MRS. 
JOSEPH  EZEKIEL  POGUE 

endowivip:nt  fund 


LA  GIOCONDA 


OPERE  di  GABRIELE  D’ANNUNZIO 


Romanzi  : 

Il  Piacere . L,  5  — 

L’ Innocente . 4  — 

Trionfo  della  Morte . 5  — 

Le  Vergini  delle  Rocce . 3  50 

IlFuoco . 5  — 

Le  Novelle  della  Pescar  a . 4  — 


Poesie  : 

Canto  novo;  Intermezzo . 4  — 

L^Isottéo;  la  Chimera . 4  — 

Poema  paradisiaco;  Odi  navali  .  .  4  — 

La  Canzone  di  Garibaldi;  La  Notte 

di  Caprera . 1  50 

In  morte  di  Giuseppe  Verdi.  Canzone 

preceduta  da  una  Orazione  ai  giovani  .  .  1  — 


Nel  primo  centenario  della  nascita  di  Vit- 
tor  Hugo  -  MDCCCii-MCMii  -  ode  .  .  .  —  50 

Laudi  del  Cielo  del  Mare  della  Terra  e  degli  Eroi 
Voi,  I:  Laus  Vitaj.,  Legato  in  finta  pergamena  8  — 


—  Legato  in  vera  pergamena . 12  — 

Voi.  II:  Elettra  -  Alcione.  Legato  in  finta 

pergamena . 10  — 

—  Legato  in  vera  pergamena . 14  — 


L’Allegoria  dell’Autunno . 1  — 


Orami: 

Francesca  da  Rimini,  tragedia  in  5  atti  .  7  50 

—  Legata  in  pergamena  con  fregi  e  nastri.  .  12  — 

—  Edizione  economica . 4  — 

La  Figlia  di  lorio,  tragedia  in  3  atti.  4  — 

—  Legata  in  pelle,  stile  Cinquecento.  .  .  .10  — 

La  Fiaccola  sotto  il  moggio,  tragedia.  4  — 

—  Legata  in  pelle,  stile  antico . .10  — 

La  Città  morta,  tragedia  in  5  atti  ...  4  — 

La  Gioconda,  tragedia  in  4  atti  ....  4  — 

La  Gloria,  tragedia  in  5  atti . 4  — 

Di  prossima  pubblicazione: 

L  a  N  a  V  e,  tragedia. 


I  Sogni  delle  Stagioni 

Sogno  d’  un  mattino  di  primavera  ...  2  — 

Sogno  d’  in  tramonto  d’autunno  ....  2  — 


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Gabriele  d’Annunzio 


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LA  GIOCONDA 


TKAGEDIA. 


Cosa  bella  mortai  passa,  e  non  d’arte. 

Leonardo  da  Vinci. 


MILANO 

F  K  /.  T  E  L  L  I  T  R  E  V  E  S  , 

1905 


Undicesimo  Mig; 


Proprietà  letteraria 


I  diritti  di  riproduzione  e  di  traduzione  sono  ri¬ 
servati  per  tutti  i  paesi,  non  escluso  il  Regno  di 
Svezia  e  di  Norvegia. 


È  assolutamente  proibito  di  rappresentare  questo 
lavoro  senza  il  consenso  scritto  dell’autore.  (Ay’- 
ticolo  14  del  Testo  unico,  17  settembre  1882). 


Tip.  Fratelli  Treves. 


PER  ELEONORA  DUSE 

DALLE  BELLE  MANI. 


✓ 


.V. 


Digitized  by  thè  Internet  Archive 
in  2020  with  funding  from 
University  of  North  Carolina  at  Chapel  Hill 


https://archive.org/details/lagiocondatraged00dann_0 


DRAMATIS  PERSONAE. 


Lucio  Settala. 
Lorenzo  Gaudi. 
Cosimo  Dalbo. 
Silvia  Settala. 
Francesca  Doni. 
Gioconda  Dianti. 
La  piccola  Beata. 
La  Sirenetta. 


A  Firenze  e  su  la  marina  di  Pisa,  nel  tempo  nostro. 


d’Annuìhzio,  La  Gioconda. 


1 


ATTO  PRIMO. 


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^irV-  v/-' ,1  '  ...  ,  vV- ^.À’vièy.  •  .'.  N  . 


Una  stanza  quadrata  e  calma,  ove  la  disposi¬ 
zióne  di  tutte  le  cose  rivela  la  ricerca  di  un’ar¬ 
monia  singolare,  indica  il  segreto  di  una  rispon¬ 
denza  profonda  tra  le  linee  visibili  e  la  qualità 
dell’anima  abitatrice  che  le  scelse  e  le  ama.  Tutto 
intorno  sembra  ordinato  dalle  mani  di  una  Grazia, 
pensierosa.  L’imagine  di  una  vita  dolce  e  raccolta 
si  genera  daU’aspetto  del  luogo. 

Due  grandi  finestre  sono  aperte  sul  giardino 
sottostante;  pel  vano  di  una  si  scorge  sul  campo 
sereno  del  cielo  il  poggio  di  San  Miniato,  e  la’ 
sua  chiara  basilica,  e  il  Convento,  e  la  chiesa 
del  Cronaca,  “  la  Bella  Villanella  „,  il  più  puro 
vaso  della  semplicità  francescana. 

Una  porta  mette  nell’  appartamento  interno  ; 
un’altra  conduce  all’uscita.  È  il  pomeriggio.  Per 
entrambe  le  finestre  entrano  il  lume,  il  fiato  0 
la  melodia  di  Aprile 


I 


6 


LA  GIOCONDA 


SCENA  PRIMA. 

Appariscono  su  la  soglia  della  prima  porta 
Silvia  Settala  e  Lokenzo  Caddi  il  vec¬ 
chio,  avanzandosi  l’una  a  fianco  delFaltro,  en¬ 
trando  insieme  nella  freschezza  primaverile. 


Silvia  Settala. 

All,  sia  benedetta  la  vita!  Per 
aver  sempre  tenuta  accesa  una  spe¬ 
ranza,  oggi  io  posso  benedire  la  vita. 

Lorenzo  Caddi. 

La  vita  nuova,  cara  Silvia,  buona 
creatura  coraggiosa,  così  buona  e 


ATTO  PRIMO,  SCENA  PRIMA 


7 


COSÌ  forte  !  La  tempesta  è  passata. 
Ecco  che  Lucio  ritorna  a  voi,  pieno 
di  riconoscenza  e  di  tenerezza,  dopo 
tanto  male.  Sembra  cli’egdi  rinasca. 
Dianzi  aveva  gli  occhi  d’un  hamhino. 

Silvia  Settala. 

Egdi  ritrova  tutta  la  sua  bontà, 
quando  voi  gli  siete  accanto.  Quando 
vi  dice  Maestro,  la  sua  voce  si  fa 
così  affettuosa  che  il  vostro  gran 
cuore  paterno  ne  deve  palpitare. 

Lorenzo  Caddi. 

Dianzi  aveva  gli  occhi  medesimi 
che  gli  vidi  quando  venne  a  me  la 
prima  volta  e  io  gli  misi  la  creta 
fra  le  mani.  I  suoi  occhi  erano  at¬ 
toniti  e  dolci  ;  ma  fin  da  quel  tempo 
il  suo  pollice  era  energico  e  rivela¬ 
tore.  Conservo  il  suo  primo  abbozzo. 


8 


LA  GIOCONDA 


Pensai  di  offrirvelo  in  dono  il  giorno 
degli  sponsali.  Ve  lo  darò  per  au¬ 
gurio  della  nuova  felicità. 

Silvia  Settala. 

Grazie,  maestro. 

/ 

Lokenzq-  Gaddi. 

E  una  testa  di  donna  coronata 
di  lauro.  Mi  ricordo  :  era  là  una  pic¬ 
cola  modella  mediocre.  Lavorando, 
egli  la  guardava  di  rado.  Talvolta 
pareva  assorto,  e  talvolta  ansioso. 
Gli  usci  dalle  mani  una  specie  di 
maschera  confusa,  in  cui  s’intrave¬ 
deva  non  so  qual  lineamento  eroico. 
Rimase  per  qualche  minuto  perplesso 
e  scoraggiato,  e  quasi  vergognoso, 
dinanzi  alla  sua  opera,  non  osando 
volgersi  a  me.  Ma  subitamente,  prima 
di  tralasciare,  con  pochi  tocchi  se¬ 
gnò  intorno  alla  testa  una  corona 


ATTO  PEIMO,  SCENA  PRIMA  9 

di  lauro.  Quanto  mi  piacque  !  Egli 
volle  coronare  nella  creta  il  suo 
sogno  inespresso.  La  fine  della  sua 
giornata  fu  un  atto  d’orgoglio  e  di 
fede.  Lo  amai  da  quelFistante,  per 
quella  corona.  Io  vi  darò  l’abbozzo. 
Forse,  guardandolo  con  attenzione, 
saprete  scoprirvi  il  volto  ardente  di 
Saffo,  quella  figura  ideale  die  qual¬ 
che  anno  dopo  egli  seppe  condurre 
alla  perfezione  di  un  capolavoro. 

Silvia  Settala,  che  ascolta  avidamente. 

Sedete,  sedete,  maestro  ;  rimanete 
ancora  un  poco:  vi  prego  !  Sedete 
qui,  accanto  alia  finestra.  Rimanete 
ancora  qualche  minuto  !  Io  ho  mille 
cose  da  dirvi,  e  non  saprò  dirvene 
una.  Vorrei  vincere  questo  tremito 
continuo  che  mi  tiene....  Bisogna 
comprendere.... 


10 


LA  GIPCONLA 


Lorenzo  Gaddi. 

La  gioia  vi  fa  tremare? 

Egli  siede  presso  la  finestra,  Silvia, 
poggiata  le  reni  al  davanzale,  rimane 
volta  verso  di  lui;  e  il  suo  viso  cam¬ 
peggia  neU’aria  cerulea  dove  sfonda 
il  bel  poggio  religioso. 

Silvia  Settala. 

Non  so  se  sia  la  gioia....  A  volte 
tutto  quel  che  fu,  tutto  il  male, 
tutto  il  dolore,  e  perfino  il  sangue, 
e  perfino  la  cicatrice,  tutto  dilegua, 
scompare,  è  cancellato  dall’ oblio,  è 
nulla.  A  volte  tutto  quel  che  fu, 
tutto  r orribile  peso  della  memoria, 
si  addensa,  si  aggrava,  si  fa  com¬ 
patto  e  opaco  e  duro  come  una  mu¬ 
raglia,  come  una  roccia  che  io  non 
debba  sormontare  giammai....  Dianzi, 


ATTO  P'EIlilO-,  SC®NA  PRIMA 


11 


quando  voi  parlavate ,  quando  mi 
avete  offerto  quel  dono  inatteso,  pen¬ 
savo:  Ecco,  ora  prenderò  nelle  mie 
mani  quel  dono,  quel  pezzo  di  creta 
dove  egdi  gettò  il  primo  seme  del 
suo  sogno  come  in  una  zolla  feconda; 

10  lo  prenderò  nelle  mie  mani,  an¬ 
drò  verso  di  lui  sorridendo,  portan¬ 
dogli  intatta  la  parte  migliore  della 
sua  anima  e  della  sua  vita  ;  ed  io 
non  parlerò,  ed  egli  riconoscerà  in 
me  la  custode  di  tutto  il  suo  bene, 
e  mai  piu  egli  vorrà  partirsi  da  me, 
c  noi  saremo  giovini  ancora,  saremo 
giovini  ancora!,,  Così  pensavo  ;  e  il 
pensiero  e  V  atto  si  confondevano 
con  una  facilità  incredibile.  Le  vo¬ 
stre  parole  trasfiguravano  il  mondo.... 
Poi,  ecco,  un. soffio  passa,  un  alito, 

11  piu  tenue  fiato,  un  nulla,  e  tra¬ 
volge  ogni  cosa,  e  distrugge  ogni 


12 


LA  GIOCONDA 


illusione;  e  Tansietà  ritorna,  e  il 
timore,  e  il  tremito....  Oh  aprile! 

Subitamente  ella  si  volge  alla  luce, 
con  un  largo  sospiro. 

Come  turba  quest’aria,  che  pure 
è  così  limpida!  Tutte  le  speranze 
e  tutte  le  disperazioni  passano  nel 
vento  con  la  polvere  dei  fiori. 

Ella  si  sporge  dal  davanzale  chia¬ 
mando. 

Beata  !  Beata  ! 

Lorenzo  Gaddi. 

La  piccola  è  nel  giardino  ? 

Silvia  Settala. 

E  là,  che  corre  tra  i  rosai.  E 
folle  d’allegrezza.  —  Beata!  —  S’è 
nascosta  dietro  una  siepe,  la  mo¬ 
nella.  E  ride.  L’udite  ridere?  Ah, 
quando  ella  ride,  io  so  quale  sia  la 


ATTO  PRIMO,  SCENA  PRIMA  13 

gioia  dei  fiori  che  si  riempiono  di 
rugiada  fino  all’orlo  del  calice.  Così 
il  suo  riso  fresco  mi  colma  il  cuore. 

Lorenzo  Gaddi. 

Forse  anche  Lucio  l’ascolta,  e  ne 
è  consolato. 

SUjVIA  Gettala,  grave  e  trepida,  chinandosi 
verso  il  maestro,  prendendogli  una  mano. 

Voi  credete  dunque  eh’  egli  sia 
guarito  veramente....  d’ogni  piaga? 
Credete  eh’  egli  ritorni  a  me  con 
tutta  l’anima  sua?  Avete  sentito 
questo,  vedendolo,  parlandogli?  Que¬ 
sto  vi  dice  il  cuore? 

Lorenzo  Gaddi. 

M’è  parso,  dianzi,  ch’egli  avesse 
l’aspetto  dell’uomo  che  ricomincia  a 
vivere  con  un  senso  nuovo  della 


14 


LA  GIOCONDA 


vita.  Colui  che  ha  veduto  il  volto 
della  morte  non  può  non  aver  ve¬ 
duto  in  un  baleno  anche  quello  della 
verità.  I  suoi  occhi  sono  sbendati. 
Egdi  vi  riconosce  intera. 

Silvia  Settata. 

Maestro,  maestro,  se  voi  vdn^an- 
naste,  se  la  speranza  fosse  vana, 
che  sarebbe  di  me?  Ho  consumato 
tutte  le  forze. 

Lorenzo  Gaudi. 

E  di  che  temete  ornai? 

Silvia  Settata. 

Egli  ha  voluto  morire  ;  ma  V al¬ 
tra.,.,  Valtra  vive,  e  la  so  impla¬ 
cabile. 

Lorenzo  Gaudi. 

E  che  potrebbe  élla  ornai  ? 


ATTO  PRIMO,  SCENA  PRIMA 


15 


Silvia  Settala. 

Tutto  potrebbe,  s’  ella  fosse  an¬ 
cora  amata. 

Lorenzo  Gaddi. 

Ancora  amata?  Oltre  la  morte? 

Silvia  Settala. 

Oltre  la  morte.  Ab,  comprendete 
la  mia  angoscia  !  Per  lei  egli  lia 
voluto  morire,  in  un’ora  di  delirio 
e  di  furore.  Pensate  quanto  egli  do¬ 
vesse  amarla  se  il  pensiero  di  me, 
se  il  pensiero  di  Beata  non  l’ lia 
trattenuto....  Egli  era  dunque,  nel¬ 
l’ora  terribile,  tutto  intero  la  preda 
di  lei  sola  ;  egli  era  al  culmine  della 
sua  febbre  e^  del  suo  spasimo,  e  il 
resto  del  mondo  era  abolito.  Pen¬ 
sate  quanto  egli  dovesse  amarla! 

La  voce  della  donna  è  sommessa 
ma  lacerante.  Il  vecchio  china  il  capo.. 


16 


LA  GIOCONDA 


Ora,  chi  può  dire  quel  che  sia 
accaduto  in  lui,  dopo  il  colpo,  quando 
il  buio  della  morte  è  passato  su  la 
sua  anima?  S’è  egli  risvegliato  im¬ 
memore?  Vede  egli  un  abisso  tra 
la  sua  vita  che  si  rinnovella  e  la 
parte  di  se  che  è  rimasta  di  là  da 
quel  buio?  Oppure....  oppure  Tlma- 
gine  è  risorta  dal  profondo,  e  rimane 
su  l’ombra  per  sempre,  dominatrice, 
con  un  rilievo  indistruttibile?  Dite! 

Lorenzo  Gaddi,  perplesso. 

Chi  può  dire? 

Silvia  Settala,  con  un  accento  di  dolore. 

Ah,  ora  voi  stesso  non  osate  più 
consolarmi!  Dunque,  è  cosi?  Non 
v’è  riparo  ? 

Lorenzo  Gaddi,  prendendole  le  mani. 

No,  no.  Silvia....  Io  intendeva:  — 
chi  può  dire  quali  mutamenti  porti 


ATTO  PEIMO,  SCENA  PRIMA 


17 


in  una  natura  come  la  sua  una  forza 
tanto  misteriosa?  Tutto  annunzia  in 
lui  Tapparizione  di  un  nuovo  bene. 
Guardatelo  quando  sorride.  Dianzi, 
là,  prima  che  voi  vi  allontanaste  per 
accompagnarmi  fuori,  quando  vi  ha 
baciato  queste  care  mani,  non  avete 
sentito  che  tutto  il  suo  cuore  si 
struggeva  di  tenerezza  e  di  umiltà? 

Silvia  Settala,  accesa  il  volto  da  una  tenue 

fiamma. 

Sì,  è  vero. 

Lorenzo  Gaddi,  guardandole  le  mani. 

Care,  care  mani,  coraggiose  e  belle, 
sicure  e  belle!  Sono  d’una  straor¬ 
dinaria  bellezza  le  vostre  mani,  Sil¬ 
via.  Se  troppe  volte  il  dolore  ve  le 
ha  congiunte,  anche  ve  le  ha  subli¬ 
mate,  le  ha  rese  perfette.  Sono  per- 


d’Annunzio,  La  Gioconda. 


2 


18 


LA  GIOCONDA 


fette.  Ricordate  la  donna  del  Ver- 
rocchio,  la  donna  dal  mazzolino, 
quella  dai  capelli  a  grappoli?  Ah, 
è  là! 

Egli  s’accorge,  dallo  sguardo  e  dal 
sorriso  di  Silvia,  ch.e  una  copia  def 
busto  è  posata  su  un  piccolo  armario 
in  un  angolo  della  stanza. 

Voi  avete  dunque  già  riconosciuta 
la  parentela.  Quelle  due  mani  sem¬ 
brano  consanguinee  delle  vostre,  sono 
della  medesima  essenza.  Vivono,  è 
vero?,  d’ima  vita  cosi  luminosa  che 
il  resto  della  figura  n’è  oscurato. 

Silvia  Settala,  sorridendo. 

Oh  anima  sempre  giovine  ! 

Lokekzo  Gaddi. 

Quando  Lucio  riprenderà  il  suo 
lavoro,  dovrà  il  primo  giorno  mo¬ 
dellare  le  vostre  mani.  Io  ho  un 


ATTO  PRIMO,  SCENA  PRIMA 


19 

pezzo  di  marmo  antico,  trovato  negli 
Orti  Oricellari.  Glie  lo  darò,  perchè 
le  scolpisca  in  quello  e  poi  le  so¬ 
spenda  come  un  ex-voto. 

Silvia  Settala,  a  cui  passa  un’ombra 
su  la  fronte. 

Credete  ch’egli  riprenderà  presto 
il  suo  lavoro?  Lo  desidera?  Ve  ne 
ha  parlato? 

Lorenzo  Gaddl 

Sì,  dianzi,  quando  voi  non  era¬ 
vate  là. 

Silvia  Settala. 

Che  vi  diceva  ? 

Lorenzo  Gaddl 

Cose  vaghe  e  deliziose,  imagina¬ 
zioni  di  convalescente.  Le  conosco. 
Sono  stato  anch’io  malato.  Ora  gli 


20 


LA  GIOCONDA 


sembra  d’avere  smarrito  l’arte  sua, 
di  non  aver  piii  alcuna  potenza,  d’es¬ 
sere  divenuto  estraneo  alla  bellezza. 
Ora  invece  gli  sembra  che  i  suoi 
pollici  abbiano  assunto  una  virtù 
magica  e  che  a  un  semplice  tocco 
le  forme  debbano  escirgdi  dalla  creta 
con  la  facilita  dei  sogmi....  Pia  (gual¬ 
che  inquietudine  per  l’abbandono  in 
cui  crede  sia  rimasto  il  suo  studio, 
laggiù,  sul  Mugnone.  Mi  ha  pregato 
d’andare  a  vedere....  Avete  voi  la 
chiave  ? 

Silvia  Settala,  turbata. 

C’è  il  custode. 

Loreazo  Gaddi. 

Non  siete  più  stata  laggiù,  da 
quando  ? 

Silvia  Settala. 

Da  quando  la  cosa  incominciò.... 


ATTO  PEIMO,  SCENA  PEIMA 


21 


Non  ho  ancora  avuto  il  cuore  di  rien¬ 
trarvi.  Credo  che  vedrei  da  per  tutto 
le  macchie  di  sangue  e  troverei  da 
per  tutto  le  tracce  di  colei....  Ella 
è  ancora  padrona  laggiù.  Quel  luogo 
è  ancora  il  suo  dominio. 

Lorenzo  Gaddi. 

Il  dominio  di  una  statua. 

Silvia  Settala. 

No,  no....  Non  sapete  che  una 
chiave  è  rimasta  nelle  sue  mani  ? 
Ella  entra  la,  ancora  come  una  pa¬ 
drona....  Ah,  ve  riio  detto,  ve  Fho 
detto:  ella  vive,  ed  è  implacabile. 

Lorenzo  Gaddi. 

Siete  sicura  ch’ella  sia  rientrata 
là,  dopo  quel  che  è  accaduto  ? 

Silvia  Settala. 

Sono  sicura.  La  sua  audacia  non 


oo 


LA  GIOCONDA 


ha  limiti.  Ella  è  senza  pietà  e  senza 
vergogna. 

Lorenzo  Caddi. 

Ed  egli,  Lucio,  lo  sa? 

Silvia  Settala. 

Non  lo  sa.  Ma,  certo,  egli  lo  saprà, 
o  prima  o  poi.  Ella  troverà  il  modo 
ch’egli  lo  sappia. 

Lorenzo  Caddi. 

Ma  perchè  questo? 

Silvia  Settala. 

Perchè  ella  è  implacabile,  perchè 
non  rinunzia  alle  sue  prede. 

Una  pausa.  Il  vecchio  è  pensoso. 
La  voce  della  donna  si  fa  tremante 
e  l’oca. 

E  la  statua.,.,  la  Sfinge....  l’avete 
voi  veduta? 


ATTO  PKIMO,  SCENA  PREVIA  2b 

Lorenzo  Gaddi,  dopo  avere  un  poco  esitato. 

Sì,  riio  veduta. 

Silvia  Settala. 

Fu  egli  che  ve  la  mostrò? 

Lorenzo  Gaddi. 

Sì,  un  giorno  cleir ottobre  scorso. 
L’aveva  finita  allora. 

Una  pausa. 

•  Silvia  Settala,  con  la  voce  che  le  trema  e 

le  manca. 

E  meravigliosa;  è  vero?  Dite! 

Lorenzo  Gaddi. 

Sì,  è  bellissima. 

Silvia  Settala. 

Per  reternità! 

Una  pausa,  grave  di  mille  cose  in> 
definite  e  tuttavia  ineluttabili. 


24 


LA  GIOCONDA 


La  voce  di  Beata,  dal  fondo  del  giardino. 

Mamma!  Mamma! 

* 

Lorenzo  Gaddi. 

La  piccola  vi  chiama.  • 

Silvia  Settala^  scotendosi,  sporgendosi 
dal  davanzale. 

I  , 

Beata!,..  Ah,  ecco:  mia  sorella 
Francesca  traversa  il  giardino;  viene 
su,  con  Cosimo  Dalbo.  Sapete  ?  Co¬ 
simo  è  tornato  dal  Cairo  ;  è  arrivato 
iersera  a  Firenze.  Lucio  sarà  molto 
contento  di  rivederlo.' 

Lorenzo  Gaddi,  levandosi  per  accomiatarsi. 

Dunque  addio,  cara  Silvia:  forse 
a  domani. 

\ 

Silvia  Sditala. 

Rimanete  ancora  un  poco  !  Mia  so¬ 
rella  vorrà  vedervi. 


V 


ATTO  PRIMO,  SCENA  PRIMA  2ó 


LoREìNZO  Gaddi. 

Bisogna  ch’io  vada.  Sono  già  in 
ritardo. 

Silvia  Settala. 

Quando  avrò  il  dono  che  mi  avete 
promesso? 

Lorenzo  Gaddi. 

Forse  domani. 

Silvia  Settala. 

Senza  forse,  senza  forse.  Vi  aspetto. 
Bisogna  che  voi  veniate  spesso  qui, 
tutti  i  giorni.  La  vostra  presenza  è 
un  gran  bene.  Non  mi  abbandonate! 
Confido  in  voi,  maestro.  Ricordatevi 
che  una  minaccia  è  ancora  sul  mio 
capo. 

Lorenzo  Gaddi.  . 

Non  temete.  In  aito  il  cuore! 

Silvia  Settala,  volgendosi  alla  porta. 

Ecco  Francesca. 


26 


LA  GIOCONDA 


SCENA  SECONDA. 

Entra  PrancesCA  Doni  e  s’ avanza  verso  la 
sorella  per  abbracciarla,  COSIMO  Dalbo,  che  la 
segue,  saluta  LoRENZO  CADDI  che  è  sul  punto 
di  uscire. 


Francesca  Doni. 

Vedi  chi  ti  conduco?  Ci  siamo  in¬ 
contrati  davanti  al  cancello.  Salute, 
maestro.  Ve  ne  andate  quando  io 
entro  ? 

Ella  saluta  il  vecchio. 

Silvia  Settala,  tendendo  la  mano  al  giovine 

cordialmente. 

Bentornato ,  Dalbo.  Vi  aspetta¬ 
vamo.  Lucio  è  impaziente  di  rive¬ 
dervi. 


ATTO  PKIMO,  SCENA  SECONDA 


27 


Cosimo  Dalbo^  con  sollecitudine  affettuosa. 

Come  sta,  ora?  S’è  levato?  È  gua¬ 
rito  ? 

Silvia  Settala. 

E  in  convalescenza:  un  poco  de¬ 
bole  ancora  ;  ma  di  giorno  in  giorno 
va  riacquistando  le  forze.  La  ferita 
è  interamente  chiusa.  Lo  vedrete  su¬ 
bito.  Ha  la*  visita  del  medico  ;  vado 
ad  annunziarvi.  Sarà  una  grande 
gioia  per  lui.  Mi  ha  già  chiesto  di 
voi  pili  volte,  nella  giornata.  E  im¬ 
paziente. 

Ella  si  volge  a  Lorenzo  Gaddi. 

A  domani,  dunque. 

Esce  con  un  passo  vivo  e  leggero. 
La  sorella,  il  maestro  e  l’amico  la 
seguono  con  gli  occhi  fino  alla  soglia. 

Francesca  Doni,  con  un  sorriso  carezzevole. 

Povera  Silvia!  Sembra,  da  qual- 


28 


LA  GIOCONDA 


che  giorno,  che  abbia  le  ali.  Quando 
la  guardo,  in  certi  momenti,  mi  sem¬ 
bra  che  stia  per  spiccare  il  volo 
verso  la  felicità.  E  nessuno  più  di 
lei  merita  d  esser  felice  j  non  è  vero, 
maestro?  Voi  la  conoscete. 

Lorenzo  Caddi. 

l 

Sì,  ella  è  veramete  quale  i  vostri 
occhi  di  sorella  la  vedono.  Esce  dal 
suo 'martirio  alata.  V’è  in  lei  una 
specie  di  fremito  incessante.  Lo  sen¬ 
tivo  dianzi,  mentre  le  stavo  vicino. 
Ella  è  veramente  nello  stato  di  gra¬ 
zia.  Non  V  e  altezza  ch’ella  non  po¬ 
trebbe  raggiungere.  Lucio  ha  nelle 
sue  mani  una  vita  di  fiamma,  una 
forza  infinita. 

Francesca  Doni. 

Siete  stato  a  lungo  con  lui.  oa-o'i  ? 


ATTO  PRIMO,  SCENA  SECONDA 


29 


Lorenzo  Gaddi. 

Sì,  qualche  ora. 

Francesca  Doni. 

Come  lo  avete  trovato? 

Lorenzo  Gaddi. 

Traboccante  di  dolcezza  e  smar¬ 
rito.  Voi  lo  vedrete  fra  poco,  Dalbo. 
La  sua  sensibilità  è  pericolosa.  Le 
persone  che  lo  amano  possono  fargli 
molto  bene  e  molto  male.  Una  pa¬ 
rola  lo  agita  e  lo  sconvolge.  Siate 
attento  ad  ogni  vostra  parola,  voi 
che  lo  amate.  A  rivederci.  Bisogna 
che  io  vada. 

Si  accomiata  dai  duo,  per  uscire. 

Francesca  Doni. 

A  rivederci,  maestro.  Forse  do- 


30 


LA  GIOCONDA 


mani  vi  rivedrò  qui.  Spero.  Voi  avete 
orrore  delle  mie  scale  ! 

Ella  accompagna  il  vecchio  sino 
alla  porta;  quindi  torna  verso  l’amico. 

Che  fuoco  d’intelligenza  e  di  bontà, 
in  quel  vecchio  !  Quando  egli  entra 
in  una  stanza,  sembra  che  porti  un 
conforto  per  tutti.  Chi  è  triste  si 
solleva  e  chi  è  lieto  s’ infervora. 

Cosimo  D ALBO.  ^ 

•ti  I 

E  un  animatore;  appartiene  alla 
pili  nobile  casta  degli  uomini.  La 
sua  opera  è  una  continua  esaltazione 
della  vita:  è  il  continuo  sforzo  di 
comunicare  una  scintilla,  tanto  alle 
sue  statue  quanto  alle  creature  che 
egli  incontra  nel  suo  cammino.  Lo¬ 
renzo  Caddi  mi  par  degno  d’ una 
gloria  ben  piti  alta  di  quella  che  gli 
concedono  i  slioi  contemporanei. 


ATTO  PKIMO,  SCENA  SECONDA 


31 


Francesca  Doni. 

È  vero,  è  vero.  Se  sapeste  di  che 
energia  e  di  che  delicatezza  ci  ha 
dato  prova,  in  questa  orribile  sven¬ 
tura!  Quando  la  cosa  avvenne,  mia 
sorella  non  era  qui:  era  da  nostra 
madre,  a  Pisa,  con  Beata.  La  cosa 
avvenne  nello  studio,  là,  sul  Mu- 
gnone,  verso  sera.  Soltanto  il  cu¬ 
stode  udì  il  colpo.  Com’ebbe  sco¬ 
perta  la  verità,  per  istinto  corse  ad 
avvertire  Lorenzo  Caddi  prima  d’ogni 
altro.  Nell’angoscia  e  nell’orrore  di 
quella  sera  d’inverno,  tra  la  confu¬ 
sione  e  l’incertezza,  egli  solo  non 
si  perse  mai  d’animo,  non  ebbe  mai 
un  attimo  di  esitanza.  Conservò  sem¬ 
pre  una  strana  lucidità  da  cui  tutti 
fummo  dominati.  Egli  solo  disponeva: 
tutti  obbedivamo.  Fu  egli  che  volle 


32 


LA  GIOCONDA 


trasportato  il  povero  Lucio  qui  nella 
casa,  moribondo.  I  medici  dispera¬ 
vano  della  salvezza.  Egli  solo  ri¬ 
peteva,  con  una  fede  ostinata:  “  No, 
non  morrà,  non  morrà,  non  può  mo^ 
rire.  „  Io  gli  credetti.  Ah  che  notte 
eroica,  Dalbo  !  E  poi  l’arrivo  di  Sil¬ 
via,  Tannunzio  ch’egli  stesso  le  diede, 
il  divieto  ch’egli  le  fece  di  entrare 
nella  stanza  dove  un  soffio  poteva 
spegnere  quel  barlume  di  vita;  eia 
forza  di  lei,  rincredibile  resistenza 
di  lei  alla  veglia  e  al  disagio  per 
intere  settimane,  la  vigilanza  fiera 
e  silenziosa  con  cui  ella  custodiva 
la  soglia  come  per  impedire  il  pas¬ 
saggio  alla  morte.... 

Cosimo  Dalbo. 

E  io  ero  lontano,  inconsapevole 
di  tutto,  a  bearmi  d’ ozio  in  una 


ATTO  PRIMO,  SCENA  SECONDA 


83 


barca  sul  Nilo!  Eppure  una  specie 
di  presentimento  mi  pungeva,  prima 
di  partire.  Per  ciò  io  tentai  ogni 
mezzo  di  persuadere  Lucio  ad  ac¬ 
compagnarmi  nel  viaggio  die  in  al¬ 
tri  tempi  avevamo  sognato  insieme. 
Egli  aveva  finito  iii  quei  giorni  la 
sua  statua;  e  io  pensavo  che  nel 
marmo  stupendo  fosse  la  sua  libera¬ 
zione.  Mi  rispose:  “  Non  ancora!  „ 
E,  qualche  mese  dopo,  doveva  cer¬ 
carla  nella  morte.  Ah  se  io  non 
fossi  partito,  se  fossi  rimasto  al  suo 
fianco,  se  fossi  stato  più  fedele,  se 
avessi  saputo  difenderlo  contro  la 
nemica,  nulla  sarebbe  forse  avvenuto  ! 

Francesca  Donl 

Non  bisogna  rammaricarsi,  se  da 
tanto  male  può  venir  qualche  bene. 
Chi  sa  in  quale  tristezza  disperata 


D’Annunzio,  La  Gioconda. 


3 


84 


LA  GIOCONDA 


mia  sorella  si  sarebbe  consunta,  se 
il  fatto  violento  non  Tavesse  riunita 
a  Lucio  d’improvviso  !  Ma  non  cre¬ 
diate  che  la  nemica  abbia  deposto 
le  armi.  Ella  non  abbandona  il 
campo.... 

Cosmo  Dalbo. 

Che?  Gioconda  Dianti.... 

PjRANCESCA  Doni,  facendo  il  segno  del  silenzio, 
abbassando  la  voce. 

Non  dite  quel  nome  ! 


ATTO  PRIMO,  SCENA  TERZA 


35 


SCENA  TERZA. 


Appare  su  la  soglia  LUCIO  SettaLA  appog¬ 
giato  al  braccio  di  SILVIA,  pallido  e  scarno,  con 
gli  occhi  straordinariamente  ingranditi  dalla 
•  sofferenza,  con  un  sorriso  tenue  e  dolce  che  af¬ 
fina  la  sua  bocca  voluttuosa. 


Lucio  Settala, 

Cosimo  ! 

Cosimo  Dalbo,  volgendosi,  accorrendo. 

Oh  Lucio,  caro,  caro  amico  ! 

Egli  prende  il  convalescente  fra  le 
sue  braccia  ;  mentre  Silvia  si  trae  in 
disparte,  si  avvicina  alla  sorella  ed 
esce  con  lei ,  piano ,  soffermandosi  a 
guardare  l’amato  prima  di  scomparire. 

Tu  sei  guarito;  è  vero?  Tu  non 


36  LA  GIOCONDA 

soffri  più;  è  vero?  Ti  trovo  un  po' 
pallido,  un  po’  dimagrato,  ma  non 
troppo....  Hai  l’aria  che  avevi  certe 
volte  uscendo  da  un  periodo  di  lavoro 
fehrile,  quando  rimanevi  dodici  ore 
al  giorno  dinanzi  alla  tua  creta , 
divorato  dalla  grande  fiamma.  Ti 
ricordi  ? 

Lucio  Settala,  smarrito,  girando  lo  sguardo 
per  vedere  se  Silvia  sia  ancora  nella  stanza. 

Cosmo  Dalbo. 

Anche  allora  gli  occhi  ti  s’ingran¬ 
divano.... 

Lucio  Settala,  con  una  inquietudine  indefi¬ 
nibile,  quasi  infantile. 

E  Silvia?  Dov'è  andata  Silvia? 
Non  era  qui  anche  Francesca  ? 


ATTO  PRIMO,  SCENA  TERZA 


37 


’j 


Cosimo  Dalbo. 


Ci  lianiio  lasciati  soli. 

Lucio  Settala. 

Perchè?  Ella  crede,  forse....  No, 

10  non  ti  dirò  nulla,  io  non  so  piii 
nulla.  Tu  sai,  forse.  Io  no  ;  non  mi 
ricordo,  non  voglio  ricordarmi  più.... 
Dimmi  di  te!  Dimmi  di  te!  È  bello 

11  Deserto? 


Egli  parla  in  una  maniera  singo¬ 
lare,  come  trasognando,  con  un  misto 
di  agitazione  e  di  stupore. 

Cosimo  Dalbo. 

Ti  dirò.  Ma  bisogna  che  tu  non 
ti  affatichi.  Ti  racconterò  tutto  il 
mio  pellegrinaggio;  verrò  da  te  ogni 
giorno,  se  mi  vuoi;  rimarrò  con  te 
quanto  ti  piacerà,  ma  senza  che  tu 
ti  stanchi.  Siedi  quL... 


38 


LA  GIOCONDA 


Lucio  Settala,  sorridendo. 

Tu  credi  che  io  sia  tanto  debole? 

jt 

Cosimo  Dalbo. 

No;  tu  stai  già  bene,  ma  è  me- 
glioche  tu  non  ti  stanchi.  Siedi  qui.... 

'Lo  fa  sedere  presso  la  finestra; 
guarda  la  collina  disegnata  pura¬ 
mente  sul  cielo  d’aprile. 

Ah,  mio  caro,  cose  meravigliose 
hanno  mirato  i  miei  occhi  e  hanno 
bevuto  una  luce  al  cui  paragone 
anche  questa  sembra  smorta  ;  ma, 
quando  rivedo  una  semplice  linea 
come  quella  là  (guarda  là  San  Mi¬ 
niato!),  mi  sembra  di  ritrovar  tutto 
me  stesso  dopo  un  intervallo  di  er¬ 
rore.  Guarda  là  il  poggio  benedetto! 
La  piramide  di  Chéope  non  fa  di¬ 
menticare  la  Bella  Villanella;  e  più 


ATTO  PKIMO,  SCENA  TERZA 


39 


d’ima  volta,  nei  giardini  di  Koubbeh 
e  di  Gizeh,  serbatoi  di  miele,  ma¬ 
sticando  im  grano  di  resina,  ho  pen¬ 
sato  a  uno  svelto  cipresso  toscano 
sul  limite  di  un  olivete  magro. 

Lucio  Settala,  socchiudendo  gli  occhi  sotto 
l’alito  primaverile. 

Si  sta  bene  qui;  è  vero?  C’è  un 
odore  di  violette....  C’è  forse  un  mazzo 
di  violette  nella  stanza?  Silvia  ne 
mette  da  per  tutto,  anche  sotto  il  mio 
guanciale. 

Cosimo  Dalbo. 

Sai  ?  Ti  ho  portato,  tra  le  pa¬ 
gine  di  un  Corano,  le  violette  del 
Deserto.  Le  ho  colte  nel  giardino 
di  un  monastero  persiano,  in  vici¬ 
nanza  della  Tebaide,  ai  fianchi  del 
Mokattam,  su  un’altura  di  sabbia. 
Là,  in  una  caverna  scavata  nel  monte, 


40 


LA  GIOCONDA 


coperta  di  tappeti  e  di  cuscini,  i 
monaci  offrono  al  visitatore  un  thè 
d’un  sapore  speciale,  il  thè  arabo, 
profumato  di  violette. 

Lucio  Settata. 

E  tu  me  le  hai  portate,  sepolte 
nel  libro!  Tu  eri  felice  quando  le 
coglievi,  laggiù;  e  io  avrei  potuto 
esser  teco. 


Cosimo  Dalbo. 

Tutto  era  oblio,  laggiù.  Salivo 
per  una  lunga  scala  di  pietra,  di¬ 
ritta,  che  conduce  dal  piede  della 
montagna  alla  porta  dei  Bectaschiti. 
Il  Deserto  era  intorno:  una  immensa 
aridità  allucinante  dove  soli  vive¬ 
vano  il  palpito  del  vento  e  il  tre¬ 
molio  del  calore.  Non  distinguevo 
qua  e  là,  tra  le  dune,  se  non  le 


ATTO  PRIMO,  SCENA  TERZA 


41 


pietre  bianche  dei  cimiteri  arabi. 
Udivo  i  gridi  degli  sparvieri,  altis¬ 
simi  nel  cielo.  Guardavo  sul  Nilo 
passare  a  torme  le  barche  dalle 
grandi  vele  latine,  bianche,  lente, 
di  continuo,  di  continuo,  come  fiocca 
la  neve.  E  a  poco  a  poco  mi  rapiva 
un’  estasi  che  tu  non  puoi  ancora 
aver  conosciuto  :  l’estasi  della  luce. 

Lucio  Settala,  con  lina  voce  che  pare  lontana. 

E  io  avrei  potuto  esser  teco, 
oziare,  obliare,  sognare,  inebriarmi 
di  luce.  Tu  hai  navigato  sul  Nilo, 
è  vero?,  in  una  vecchia  barca  ca¬ 
rica  di  otri,  di  sacchi  e  di  gabbie.  Tu 
sei  disceso  in  un’  isola  verso  sera  ; 
tu  eri  vestito  di  lana  bianca;  tu 
avevi  sete;  tu  ti  sei  dissetato  a  una 
sorgente;  tu  hai  camminato  a  piedi 
nudi  sui  fiori  ;  e  l’odore  era  così 


42 


LA  GIOCONDA 


forte  che  ti  pareva  di  non  aver  più 
fame.  Ah,  ho  pensato,  ho  sentito 
queste  cose,  dal  mio  guanciale..!.  E 
anche  pel  deserto  ti  seguivo,  quando 
la  febbre  era  più  alta:  per  un  de¬ 
serto  di  sabbie  rosse,  tutto  seminato 
di  pietre  brillanti  che  si  sfaldavano 
crepitando  come  i  sarmenti  al  fuoco. 

Una  pausa.  Egli  si  solleva  un  poco, 
interrogando  con  un  accento  chiaro, 
ad  occhi  aperti. 

E  la  Sfinge  ? 

Cosmo  Dalbo. 

La  prima  volta  la  vidi  di  notte, 
al  lume  delle  stelle,  profondata  nella 
sabbia  che  conservava  ancora  Tim- 
pronta  violenta  dei  turbini.  Soltanto 
la  faccia  e  la  groppa  emergevano 
da  quella  specie  di  gorgo  placato, 
la  forma  umana  e  la  bestiale.  La 


ATTO  PRIMO,  SCENA  TERZA 


43 


faccia,  dove  Tombra  nascondeva  le 
mutilazioni,  in  quell’ora  mi  parve 
bellissima:  calma,  augusta  e  cerulea 
come  la  notte,  quasi  mite!  Non  v’è, 
Lucio,  cosa  al  mondo  che  sia  più 
sola  di  quella  ;  ma  la  mia  anima  era 
come  dinanzi  a  moltitudini  che  dor¬ 
missero  e  su  le  cui  ciglia  cadesse 
la  rugiada.  La  rividi,  poi,  di  giorno. 
La  faccia  era  bestiale  come  la  groppa; 
il  naso  e  le  gote  erano  corrosi;  il 
fimo  degli  uccelli  bruttava  le  bende. 
Era  il  pesante  mostro  senz’ali  ima¬ 
ginato  dagli  scavatori  di  sepolcri, 
dagli  imbalsamatori  di  cadaveri.  E 
mi  riapparve  nel  sole  la  tua  Sfinge 
imperiosa  e  pura  che  porta  le  ali 
imprigionate  vive  negli  omeri. 

Lucio  SettALA,  con  una  commozione  subitanea. 

La  mia  statua  ?  Tu  parli  della 


44 


LA  GIOCONDA 


mia  statua?  Tu  la  vedesti,  è  vero, 
prima  di  partire;  e  ti  sembrò  bella. 

Egli  guarda  inquieto  verso  la  porta, 
per  tema  che  Silvia  possa  udire;  e 
abbassa  la  voce. 

Ti  sembrò  bella  ;  è  vero  ? 

Cosimo  Dalbo.  • 

Bellissima. 

Lucio  si  copre  gli  occhi  con  ambo 
le  palme  e  resta  per  alcuni  attimi  in¬ 
tento  come  per  evocare  una  visione 
nell’oscurità. 

Lucio  Settala,  scoprendosi. 

Non  la  vedo  più.  Mi  sfugge.  Ap¬ 
pare  e  dispare  come  in  un  baleno, 
confusa.  Se  Tavessi  ora  qui  davanti, 
mi  parrebbe  nuova;  gitterei  un  grido. 
Io  Filo  scolpita,  con  queste  mie  mani? 

Egli  si  guarda  le  mani  affilate  e 
sensitive.  Un’agitazione  crescente  lo 
invade. 

Non  so  più ,  non  so  più.  Nella 


ATTO  PKIMO,  SCENA  TERZA  45 


prima  febbre,  quando  avevo  ancora 
il  piombo  nella  carne  e  il  rombo  con¬ 
tinuo  della  morte  su  ramina  perduta, 
la  vedevo  diritta  a  piè  del  letto,  ac¬ 
cesa  come  una  torcia,  come  se  io 
medesimo  T  avessi  plasmata  in  una 
materia  incandescente.  Cosi  per  più 
giorni  e  per  più  notti  io  la  vidi,  a 
traverso  le  mie  palpebre.  S’accen¬ 
deva  con  la  mia  febbre.  Quando  i 
miei  polsi  bruciavano,  ella  si  faceva 
di  fiamma.  Pareva  che  salisse  e  ri¬ 
bollisse  in  lei  tutto  il  sangue  ver¬ 
sato  ai  suoi  piedi.... 

Cosimo  Dalbo,  inquieto,  guardando  anch’egli 
verso  la  porta  per  lo  stesso  timore. 

Lucio,  Lucio,  tu  dicevi  dianzi  che 
non  sapevi  più  nulla,  che  non  vo¬ 
levi  ricordarti  più  di  nulla....  Lucio! 

Egli  scuote  dolcemente  l’amico  che 
è  rimasto  fìsso. 


46 


LA  GIOCONDA 


Lucio  Settala,  riprendendosi. 

Non  temere.  Tutto  è  laggiù,  lon¬ 
tano,  in  fondo  al  mare.  Aneli’  essa 
la  statua  è  sommersa  con  l’ altre 
cose,  dopo  il  naufragio.  Per  ciò  io 
non  la  vedo  se  non  in  confuso,  a 
traverso  le  alte  acque. 

Cosimo  Dalbo. 

Ella  sola  sarà  salvata,  vivrà  in 
eterno  ;  e  tanto  dolore  non  sarà  stato 
sofferto  invano,  tanto  male  non  sarà 
stato  inutile,  se  ancóra  una  cosa 
bella  si  aggiungerà  all’ ornamento 
della  vita. 

Lucio  Settala,  sorridendo  ancora  del  suo  sor¬ 
riso  tenue  e  parlando  con  la  sua  voce  lontana. 

E  vero.  Io  penso  qualche  volta 
alla  sorte  di. colui  che  naufragò  in 
una  tempesta  con  tutto  il  suo  ca- 


ATTO  PRIMO,  SCENA  TERZA 


47 


rico.  In  una  giornata  serena  come 
oggi,  egli  prese  una  barca  e  una  rete; 
e  tornò  sul  luogo  del  naufragio  con 
la  speranza  di  trarre  dal  fondo  qual¬ 
che  cosa.  E,  dopo  molta  fatica,  trasse 
a  riva  una  statua.  E  la  statua  era 
cosi  bella  che,  al  rivederla,  egli  pianse 
di  gioia;  e  si  sedette  su  la  riva  del 
mare  a  contemplarla,  e  fu  pago  di 
quel  bene,  e  non  volle  altro  cercare  ; 
e  obliò  tutto  il  resto. 

Egli  si  leva,  quasi  con  impeto. 

Perchè  Silvia  non  torna  più? 

Ascolta. 

Chi  ride?  Ah,  è  Beata  nel  giar¬ 
dino.  Guarda!  San  Miniato  è  d’oro: 
sfólgora.  C’è  una  luce  più  gloriosa 
a  Tebe? 

Cosimo  Dalbo. 

L’estasi  della  luce!  Te  l’ho  detto: 
tu  non  potrai  conoscerla  altrove.  Cer- 


48 


LA  GIOCONDA 


chi,  gliìiiaiide,  rote,  rose  di  splen¬ 
dori,  inniimerabili  faville....  I  versi 
del  Paradiso  tornano  alla  memoria. 
Solo  Dante  ha  trovato  le  parole  ab¬ 
baglianti.  In  certe  ore  il  Nilo  diventa 
la  fiumana  dei  topazii,  il  “  miro  giir- 
ge  Come  un  sasso  nelbacqua,  un 
gesto  nell’aria  suscita  mille  e  mille 
onde.  Tutte  le  cose  nuotano  nella 
luce  ;  tutte  le  foglie  ne  stillano.  Le 
donne  che  passano  lungo  il  fiume 
con  gli  otri  riempiuti  fiammeggiano 
veramente  come  le  milizie  angeliche 
nella  Cantica,  distinte  e  di  fulgore 
e  d’arte 

Lucio,  avendo  scoperto  su  una  ta¬ 
vola  il  mazzo  di  violette,  lo  prende 
e  vi  affonda  quasi  il  viso  per  aspi¬ 
rarne  l’odore. 

Lucio  Settala,  tenendo  ancora  il  mazzo  alle 
nari  e  socchiudendo  gli  occhi  nella  delizia. 

Sono  belle  le  donne  del  Nilo? 


49 


ATTO  PEIMO,  SCENA  TEEZA 


Cosimo  Dalbo. 

Talune,  le  adolescenti,  hanno  corpi 
d’una  purezza  e  d’una  eleganza  stu¬ 
pende.  Tu  che  prediligi  le  muscula- 
ture  agili  e  salde,  una  certa  acerbità 
nelle  forme,  le  gambe  lunghe  e  ner¬ 
vose,  troveresti  là  qualche  modella 
incomparabile.  Quante  volte  ti  ho  in¬ 
vocato  !  Nell’isola  d’Elefantina  avevo 
un’amica  di  quattordici  anni:  una 
fanciulla  dorata  come  un  dattero, 
magra,  svelta,  arida,  con  de  reni 
forti  e  arcate,  le  gambe  diritte  e 
potenti,  i  ginocchi  perfetti  —  cosa 
rarissima,  come  tu  sai.  Su  tutta 
quella  magrezza  dura,  che  dava  ima- 
gine  d’ un’arme  da  lancio  precisa  e 
fine,  tre  cose  mi  seducevano  con  una 
grazia  infinitamente  molle  :  la  bocca, 
l’ombra  dei  cigli,  l’estremità  delle 


D’Annunzio,  La  Gioconda. 


4 


LA  GIOCONDA 


60  ' 


dita.  Ella  s’intrecciava  i  capelli  con 
le  dita  ch’erano  rosse  all’ estremità 
come  petali  intinti  nella  porpora  j  e 
guardarla  in  quell’atto,  su  la  soglia 
della. casa  bianca,  era  la  gioia  dei 
miei  mattini.  Avrei  voluto  portartela 
con  le  statuette ,  con  gli  scarabei, 
con  le  stoffe,  col  tabacco,  con  i  pro¬ 
fumi,  con  le  armi.  Ma  t’iio  portato 
un  bell’arco,  che  ho  comperato  ad 
Assouan  e  che  le  somiglia  un  poco. 

Lucio  SettaLA,  con  un  lieve  turbamento,  ro¬ 
vesciando  indietro  il  capo. 

Doveva  essere  una  creatura  de¬ 
liziosa  ! 

Cosimo  Dalbo. 

Deliziosa  e  inoffensiva.  Ella  so¬ 
migliava  a  un  bell’arco,  ma  le  sue 
frecce  non  erano  avvelenate. 


ATTO  PKIMO,  SCENA  TERZA 


51 


Lucio  Settala. 

Tu  ramavi? 

Cosimo  Dalbo. 

Come  amo  il  mio  cavallo  e  il  mio 
cane. 

Lucio  Settala. 

Ah,  tu  eri  felice  laggiù;  la  tua 
vita  era  facile  e  leggera.  Era  dun¬ 
que  risola  d’Elefantina  quella  dove 
io  ti  vidi  approdare,  nel  sogno.  Avrei 
potuto  esser  teco  !  Ma  io  andrò,  par¬ 
tirò.  Non  desideri  di  ritornarvi?  Io 
avrò  una  casa  bianca  sul  Nilo  :  farò 
le  mie  statue  col  limo  del  fiume  e 
le  alzerò  in  quella  tua  luce  che  me 
le  convertirà  in  oro....  Silvia!  Silvia! 

Egli  chiama  verso  la  porta,  come 
assalito  da  una  impazienza  repentina, 
da  una  volontà  ansiosa  di  vivere. 

Sarà  troppo  tardi? 


62 


LA  GIOCONDA 


Cosimo  Dalbo. 

% 

E  troppo  tardi.  Sopraggiunge  la 
grande  estate. 

Lucio  Settala. 

Che  importa?  Io  amo  l’estate,  il 
calore,  anche  l’afa.  Tutti  i  melagrani 
saranno  fioriti  nei  giardini,  e  qual¬ 
che  volta  pioverà,  verranno  giù  nel¬ 
l’afa  quelle  gocce  larghe  e  tiepide 
che  fanno  sospirare  di  voluttà  la 
terra.... 

Cosimo  Dalbo. 

Ma  il  Khamsin?  quando  tutto  il 
Deserto  si  solleverà  contro  il  Sole? 

Silvia  appare  su  la  soglia,  sorri¬ 
dendo,  con  tutta  la  persona  mossa  da 
una  visibile  animazione.  Ella  ha  mu¬ 
tato  abito  :  è  vestita  d’un  colore  più 
chiaro,  primaverile;  e  porta  fra  le  mani 
un  mazzo  di  rose  fresche. 


ATTO  PRIMO,  SCENA  TERZA 


53 


Silvia  Settala. 

Che  dite,  Dalbo,  contro  il  Sole? 
M’hai  chiamata,  Lucio? 

Lucio  Settala,  ripreso  da  una  specie  di  timi¬ 
dità  inquieta,  come  d’uomo  che  abbia  il  bisogno 
di  abbandonarsi  e  non  osi. 

Sì,  ti  ho  chiamata,  perchè  non  ti 
vedevo  piu  tornare....  Cosimo  mi  rac¬ 
contava  tante  cose  belle,  del  suo 
viaggio.  Volevo  che  anche  tu  le 
udissi. 

Egli  guarda  J-a  moglie  con  occhi 
attoniti,  come  se  scoprisse  in  lei  una 
grazia  nuova. 

Stavi  per  uscire? 

Silvia  Settala,  arrossendo  un  poco. 

Ah,  tu  guardi  il  mio  abito.  L’ho 
messo  per  provarlo,  giacche  Fran¬ 
cesca  era  là....  Mia  sorella  vi  fa  le 


54 


LA  GIOCONDA 


sue  scuse  a  entrambi,  per  essersi,  par¬ 
tita  senza  venire  a  salutarvi.  Aveva 
fretta:  F aspettano  i  suoi  bambini. 
Spera,  Daibo,  che  voi  andiate  pre¬ 
sto  a  vederla. 

Ella  depone  su  una  tavola  il  mazzo 
di  rose. 

Pranzate  con  noi,  stasera? 

Cosmo  Dalbo. 

Grazie.  Stasera  non  posso.  Mia 
madre  mi  tiene. 

Smvu  Settala. 

\ 

E  giusto.  Domani,  allora? 

Cosmo  Dalbo. 

Domani.  Ti  porterò,  Lucio,  i  miei 
doni. 

Lucio  Settala,  con  una  curiosità  infantile. 
Sì,  sì,  pòrtali,  pòrtali! 


ATTO  PRIMO,  SCENA  TERZA 


56 


Silvia  Settala,  sorridendo  con  un’aria  mi¬ 
steriosa. 

Anch’io  domani  avrò  un  dono. 

Lucio  Settala. 

Da  chi  ? 

Silvia  Settala. 

Dal  maestro. 

Lucio  Settala. 

Che  dono  ? 

Silvia  Settala. 

Vedrai. 

Lucio  Settala,  con  un  moto  d’allegrezza. 

Tu  anche  vedrai  quante  belle  cose . 
mi  ha  portate  Cosimo:  stoffe,  pro¬ 
fumi,  armi,  scarabei.... 

Cosimo  Dalbo. 

Amuleti  contro  ogni  male,  tali- 


66 


LA  GIOCONDA 


smani  per  la  felicità.  Sul  Gebel-el- 
Tair,  in  un  convento  copto,  ho  tro¬ 
vato  il  più  virtuoso  degli  scarabei. 
Il  monaco  mi  narrò  una  lunga  sto¬ 
ria  di  un  cenobita  che,  al  tempo 
delle  prime  persecuzioni,  essendosi 
rifugiato  in  un  ipogeo,  vi  trovò  una 
mummia  e  la  trasse  fuori  dal  suo 
viluppo  di  balsami  e  la  rianimò.  E 
la  mummia  risuscitata  con  le  sue 
labbra  dipinte  gli  fece  il  racconto 
della  sua  antica  vita,  eh’  era  stata 
un  tessuto  di  felicità.  Infine,  come 
il  cenobita  voleva  convertirla,  ella 
preferì  di  ricoricarsi  nei  suoi  bal¬ 
sami;  ma  prima  gli  donò  lo  scara¬ 
beo  preservatore.  Dirvi  l’uso  che  ne 
fu  fatto  dal  solitario  e  le  vicende 
per  cui  scese  a  traverso  i  secoli 
nelle  mani  del  buon  copto,  sarebbe 
troppo  lungo.  Certo,  non  ve  n’è  in 


ATTO  PKIMO,  SCENA  TERZA 


57 


tutto  l’Egitto  uno  più  virtuoso.  Ec¬ 
colo.  Ve  l’offro  ;  l’offro  a  entrambi. 

Egli  presenta  1’  amuleto  a  Silvia, 
che  r  osserva  attentamente  e  poi  lo 
porge  a  Lucio,  con  un  baleno  negli 
occhi. 

Silvia  Settala. 

Com’è  azzurro!  È  più  splendido 
d’una  turchese.  Guarda. 

Cosimo  Dalbo. 

Il  copto  mi  disse:  “  Piccolo  come 
una  gemma,  grande  come  un  de- 
stino  !  „ 

Lucio  volge  la  pietra  mistica  tra 
le  dita  che  gli  tremano  un  poco, 
smarritamente. 

E  addio,  a  domani.  Bene  vi  sia! 
Felice  sera! 

Silvia  Settala,  scegliendo  dal  mazzo  una  rosa 
e  offrendogliela. 

Ecco  una  rosa  fresca  in  cambio 


58 


LA  GIOCONDA 


deir  amuleto.  Portatela  a .  vostra 
madre. 

Cosmo  Dalbo. 

Grazie.  A  domani. 

Rinnovati  i  saluti,  esce. 

SCENA  QUARTA. 

Lucio  Settata  sorride  con  timidezza,  vol¬ 
gendo  ancora  fra  le  dita  lo  scarabeo;  mentre 
Silvia  mette  le  rose  in  una  coppa.  Entrambi, 
nel  silenzio,  sentono  palpitare  i  loro  cuori  an¬ 
siosi.  Il  sole  declinante  indora  la  stanza.  Pel 
vano  delle  finestre  appare  il  cielo  impallidito; 
San  Miniato  splende  su  l’altura;  l’aria  è  dolce, 
senza  mutamento. 


Lucio  Settata,  guardando  all’aria,  in  ascolto, 

sommesso. 

C’è  un’ape  nella  stanza. 

Silvia  Settata,  soUevando  la  faccia. 

Un’ape  ? 


ATTO  BRIMO,  SCENA  QUARTA. 


59 


Lucio  Settala. 

Sì.  Non  senti  ? 

Entrambi  tendono  l’orecchio  al  mur- 
mure. 

Silvia  Settala. 

È  vero. 


Lucio  Settala. 

Forse  Thai  portata  tu,  con  le 
rose. 

Silvia  Settala. 

Queste  le  ha  colte  Beata.,.. 

Lucio  Settala. 

L’ ho  sentita  ridere  dianzi,  giù 
nel  giardino. 

Silvia  Settala. 

Com’è  felice  d’essere  ritornata 
nella  sua  casa  ! 


60 


LA  GIOCONDA 

Lucio,  Settala. 

Fu  bene  allontanarla  allora.... 

» 

Silvia  Settata. 

S’è  fatta  più  bella  e  più  forte, 
per  aver  respirato  l’odore  dei  pini. 
Come  dev’esser  buona  la  primavera 
a  Bocca  d’Arno!  Non  vorresti  an¬ 
dare  là,  un  poco  ? 

Lucio  Settata. 

Là,  al  mare....  '5i  piacerebbe? 

> 

lya  voce  d’  entramlbi  è  alterata  da 
un  lieve  tremito. 

Silvia  Settata. 

Passare  là  una  primavera,  è  stato 
sempre  il  mio  sogno. 

Lucio  Settata,  solfocato  dalla  commozione. 
H  tuo  sogno  è  il  mio.  Silvia. 

L’amuleto  gli  cade  dalle  mani. 


ATTO  PKIMO,  SCENA  QUARTA 


61 


Silvia  Settala,  chinandosi  vivaniente  a  rac¬ 
coglierlo. 

Ah,  riiai  lasciato  cadere!  Si  di¬ 
rebbe  un  cattivo  presagio,...  Guarda. 
Lo  metto  sul  capo  di  Beata.  “  Pic¬ 
colo  come  una  gemma,  grande  come 
un  destino  !  „ 

Ella  depone  l’ amuleto  sul  mazzo 
di  rose,  delicatamente. 

Lucio  Settala,  tendendo  le  mani  verso  di  lei, 
come  ad  implorare. 

Silvia  !  Silvia  ! 

Silvia  Settala,  accorrendo. 

Ti  senti  male?  Diventi  piii  pal¬ 
lido....  All,  ti  sei  troppo  affaticato 
oggi,  sei  troppo  stanco.  Siedi  qui, 
siedi.  Vuoi  un  sorso  di  quelFelisire? 
Ti  senti  venir  meno  ?  Di’  !  , .  • 


62 


LÀ  GIOCONDÀ 


Lucio  Settala,  prendendole  le  mani,  con  un 
impeto  di  amore. 

No,  no,  Silvia;  non  mi  sono  mai 
sentito  cosi  oeiie....  Tu,  tu  siedi, 
siedi  qui;  e  io  ai  tuoi  piedi,  final¬ 
mente,  con  tutta  l  anima  mia,  per 
adorarti,  per  adorarti  ! 

Ella  si  lascia  cadere  sul  divano  ed 
egli  in  ginocchio  dinanzi  a  lei.  Ella 
è  tutta  sconvolta  e  tremante,  e  pone 
le  mani  su  le  labbra  di  lui  come  per 
impedirgli  di  parlare.  Le  passano  così 
tra  le  dita  l’alito  e  le  parole. 

Finalmente!  Era  come  una  piena 
che  veniva  di  lontano,  una  piena  di 
tutte  le  cose  belle  e  di  tutte  le  cose 
buone  che  tu  hai  versate  su  la  mia" 
vita  da  che  mi  ami;  e  n’avevo  il 
cuore  gonfio,  ah  così  gonfio  che 
dianzi  vacillavo  sotto  il  peso  e  man¬ 
cavo  e  morivo  d’ambascia  e  di  dol¬ 
cezza,  perchè  non  osavo  dire,... 


ATTO  PEIMO,  SCENA  QUARTA 


63 


Silvia  Settala,  bianca  in  viso,  con  la  voce 

spenta. 

Non  dire,  non  dir  più! 

Lucio  Settata. 

Ascoltami ,  ascoltami.  Tutte  le 
pene  che  hai  sofferte,  le  ferite  che 
hai  ricevute  senza  un  grido,  le  la¬ 
crime  che  nascondesti  perchè  io  non 
avessi  onta  e  rimorso,  i  sorrisi  di 
cui  velavi  le  tue  agonie,  F infinita 
pietà  pel  mio  errore,  il  coraggio  in¬ 
vincibile  dinanzi  alla  morte,  la  lotta 
affannosa  per  la  mia  vita,  la  spe¬ 
ranza  tenuta  sempre  accesa  al  mio 
capezzale,  le  veglie,  le. cure,  T in¬ 
cessante  palpito,  l’attesa,  il  silenzio, 
.  la  gioia,  tutto  quel  che  v’è  di  pro¬ 
fondo,  tutto  quel  che  v’è  di  dolce  e 
d’eroico  in  te,  tutto  io  conosco,  tutto 


64 


■  LA  GIOCONDA 


10  so,  cara,  cara  anima;  e,  se  la  vio¬ 
lenza  è  valsa  a  spezzare  un  giogo, 
se  il  sangue  è  valso  a  riscattarmi, 
(oh,  lasciami  dire!)  io  benedico  la 
sera  e  l’ora  che  mi  portarono  mori¬ 
bondo  in  questa  casa  del  tuo  mar¬ 
tirio  e  della  tua  fede  per  ricevere 
un’altra  volta  dalle  tue  mani,  —  da 
queste  divine  mani  che  tremano,  — 

11  dono  della  vita. 

Egli  preme  la  sua  bocca  convulsa 
nelle  palme  di  lei;  ed  ella  lo  guarda 
a  traverso  il  pianto  che  le  impregna 
le  ciglia ,  trasfigurata  dalla  felicità 
improvvisa. 

Silvia  SettaLA,  con  la  voce  spenta  e  rotta. 

Non  dire,  non  dir  piu!  Il  cuore  non 
regge....  Tu  mi  soffochi  di  gioia.... 
Una  sola  parola  io  attendeva  da  te, 
una  sola,  null’altro;  e  a  un  tratto 
tu  m’inondi  d’amore,  tu  mi  riempii 


ATTO  PRIJTO,  SCENA  QUARTA  ■  05 

tutte  le  vene,  tu  mi  sollevi  oltre  la 
speranza,  tu  trapassi  il  mio  sogno, 
tu  mi  dài  la  felicità  che  è  sopra 
ogni  attesa....  Ah  che  dicevi  tu  delle 
mie  pene?  Che  è  mai  il  dolore  pa¬ 
tito,  che  è  mai  il  silenzio  costretto, 
e  che  è  una  lacrima,  e  che  è  un 
sorriso,  al  confronto  di  questa  piena 
che  mi  trasporta?  Sento  che  piu  tardi, 
per  te,  per  te,  mi  rammaricherò  di 
non  avere  a  bastanza  sofferto....  Forse 
non  ho  toccato  infondo  del  dolore, 
ma  so  che  ho  toccato  ora  la  cima 
della  felicità. 

Ella  accarezza  perdutamente  il  capo 
di  lui  che  è  abbandonato  su  le  sue 
ginocchia. 

Alzati!  Alzati!  Vieni  piu  vicino 
al  mio  cuore,  riposati  sopra  di  me, 
abbandonati  alla  mia  tenerezza,  premi 
le  miejnani  su  le  tue  palpebre,  >taci, 


D’Annunzio,  La  Gioconda 


5 


LA  GIOCONDA 


6e 


sogna,  raccogli  le  forze  profonde 
della  tua  vita.  Ah  non  me  soltanto 
tu  dovresti  amare,  non  me  soltanto, 
ma  1  amore  che  io  ho  per  te  :  amare 
questo  mio  amore  !  Io  non  sono  bella, 
non  sono  degna  dei  tuoi  occhi,  sono 
una  umile  creatura  nelFombra;  ma 
il  mio  amore  è  meraviglioso,  è  in 
alto  in  alto,  è  solo,  è  sicuro  come 
il  giorno,  è  più  forte  della  morte,  è 
capace  d’un  prodigio  :  ti  darà  quel 
che  gli  chiederai.  Tu  potrai  chie¬ 
dergli  anche  quel  che  non  fu  spe¬ 
rato  mai. 

Ella  lo  attira  verso  il  suo  cuore 
sollevandogli  il  capo.  Egli  tiene  gli 
occhi  chiusi  e  le  labbra  strette,  pal¬ 
lidissimo,  inebriato,  estenuato. 

Alzati!  Alzati!  Vieni  più  vicino 
al  mio  cuore;  riposati  sopra  di  me. 
Non  senti  che  puoi  abbandonarti  ? 
che  nulla  al  mondo  è  più  sicuro  del 


ATTO  PRIMO,  SCENA  QUARTA 


67 


mio  petto?  che  sempre  lo  troverai? 
Ah,  io  ho  pensato  qualche  volta  che 
que&ta  certezza  potesse  inebriarti 
coin«  la  gloria..». 

Standole  egli  dinanzi  col  volto  le¬ 
vato  ,  ella  con  ambe  le  mani  gli 
solca  i  capelli  por  discoprirgli  la 
fronte  intiera. 

Beila  fronte  possente,  segnata, 
benedetta!  Che  tutti  i  germi  della 
Primavera  s’aprano  nei  tuoi  pensieri 
nuovi  ! 

Tremante  ella  vi  preme  le  labbra. 
Muto  egli  tende  le  braccia  verso  l’in- 
vocatrice.  Il  tramonto  sembra  un’au¬ 


rora.  ' 


ATTO  SECONDO. 


* 


» 


La  medesima  stanza,  la  medesima  ora.  Appare 
per  le  finestre  un  cielo  ingombro  e  mutevole. 


72 


LA  GIOCONDA 


« 


SCENA  PRIMA. 

Cosimo  Dalbo  è  seduto  presso  una  tavola  su 
cui  poggia  il  gomito  sostenendo  con  la  palma 
la  tempia,  grave  e  pensieroso.  LUCIO  Settala 
è' in  piedi,  irrequieto,  sconvolto:  si  muove  incer¬ 
tamente  per  la  stanza,  cedendo  all’.^ngoscia  che 
lo  preme. 


Lucio  Settala. 

Sì,  voglio  dirtelo....  Perchè  dovrei 
nascondere  la  verità?  A  te!  M’è 
giunta  una  lettera,  l’ho  aperta,  Tho 
letta.... 

Cosimo  Dalbo. 


Della  Gioconda  ? 


ATTO  SECONDO,  SCENA  PEIMA 


73 


Lucio  Settala. 

Di  lei. 

Cosimo  Dalbo. 

D’amore  ?  > 

Lucio  Settata. 

Mi  bruciava  le  dita.... 

Cosimo  Dalbo. 

Ebbene  ? 

Esita.  L’emozione  gli  altera  la  voce. 

Tu  Fami  ancora  ? 

Lucio  Settata,  con  un  sussulto  di  paura. 

No,  no,  no.... 

Cosimo  Dalbo,  guardandolo  in  fondo 
agli  occhi. 

Non  Fami  più  ? 

Lucio  Settata,  supplichevole. 

Oh,  non  mi  torturare!  Soffro. 


i 


74 


LA  GIOCONDA 


Cosimo  Dalbo. 

Ma  che  cosa  dunque  ti  turba? 

Una  pausa. 

Lucio  Settala. 

Ogni  giorno,  alFora  ch’io  so,  ella 
m’attende  là,  a  piè  della  statua,  sola. 

Un’altra  pausa.  I  due  uomini  sem¬ 
bra  che  considerino  davanti  a  loro 
qualche  cosa  di  vivente,  e  di  forte, 
una  Volontà,  evocata  da  quelle  pa¬ 
role  brevi. 

Cosimo  Dalbo. 

Ella  ti  attende!  Dove?  Nel  tuo 
studio!  Come  può  entrarvi? 

Lucio  Settala. 

Ha  una  chiave:  quella  di  allora. 

Cosimo  Dalbo. 

Ti  attende!  Crede,  vuole  dunque 
che  tu  le  appartenga  ancora. 


ATTO  SECONDO,  SCENA  PRIMA 


75 


Lucio  Settala. 
Tu  lo  dici. 

Cosmo  Dalbo. 
E  ohe  farai  ? 

Lucio  Settala. 
Che  farò  ? 

'OoBIMd  DàUBO. 


Una  pausa. 


Tu  vibri  come  una  fiamma. 


Lucio  Settala. 


Soffro. 


Cosmo  Dalbo. 

Ardi. 

Lucio  Settala,  con  veemenza. 

No. 


Cosmo  Dalbo. 


Ascolta.  Ella  è  terribile.  Non  si 
lotta  contro  di  lei  se  non  da  lon- 


76 


LA  GIÙ  GUADA 


tano.  Per  ciò  io  volevo  trascinarti 
meco,  oltremare.  Tu  preferisti  al 
mare  la  morte.  Un’altra  (tu  sai  chi, 
e  il  cuore  ti  si  fende)  un’altra  ti  ha 
strappato  alla  morte.  E  tu  non  puoi 
vivere  ornai  se  non  per  questa. 

Lucio'  Settala. 

E  vero. 

Cosmo  Dalbo. 

S  ' 

Bisogna  partire,  fuggire. 

Lucio  Settala. 

Per  sempre  ? 

Cosmo  Dalbo. 

Per  qualche  tempo. 

Lucio  Settala. 

Ella  mi  aspetterà. 

Cosmo  Dalbo. 

4 

Tu  sarai  piti  forte. 


ATTO  SECONDO,  SCENA  PEIMA  77 


Lucio  Set&la. 

Il  ,suo  potere  sarà  cresciuto.  Ella 
avrà  ‘piu  profondamente  impregnato 
di  sè  il  luogo  elle  m^è  caro  per 
l’opera  die  vi  fu  compita.  Io  la  vedrò 
di  lontano  come  la  custode  di  una 
*  statua  ove  passò  ni  p^iù  vivo  baleno 
dell’anima  mia.  , 

Cosimo  Dalbo. 

Tu  Fami  ! 

Lucio  Settala,  disperato. 

No,  non  l’agno.  Ma  pensa:  ella 
sarà  sempre  la  piu  forte;  ella  sa 
quel  che  mi  vince  e  quel  che  mi 
lega  f  ella  s’ è  armata  d’un  fascino 
a  cui  io  non  potrò  sottrarre  la  mia 
anima  se  non  strappandola  dal  mio 
cuore.  Debbo  io  tentare  un’  altra 
volta  ? 


78 


LA  OIOCOJ4PA 


CtoSIMO  Dalbo. 

Ah,  tu  deliri! 

« 

Lucio  Settala. 

H  luogo  dove  ho  sognato,  dove  ho 
lavorato,  dove  ho  pianto  di  gioia, 
dove  ho  chiamata  la  gloria,  dove  ho 
veduta  la  mòrte,  è  la  sua  conquista. 
Ella  sa  che  io  non  potrò  starne  lon¬ 
tano  0  rinunziarvi,  che  la  parte  più 
preziosa  della  mia  sostanza  è  là  dif¬ 
fusa;  ed  ella  m’attende,  sicura. 

Cosimo  Dalbo. 

Ma  esercita  dunque  ella  un  diritto 
inviolabile?  Nessuno  potrà  vietarle 
quella  soglia  ? 

Lucio  Settala,  con  una  emozione  profonda. 


Farla  scacciare  ? 


ATTO  SECONDO,  SCENA  PE3MA 


79 


Cosimo  Dalbo. 

No;  ma  vi  può  essere  un  modo 
meno  duro,  il  più  semplice:  richie¬ 
derle  quella  chiave  ch’ella  non  ha 
alcun  diritto  di  conservare. 

Lucio  Settala. 

E  chi  la  richiederebbe  ? 

Cosimo  Dalbo. 

Qualcuno  di  noi,  io  stesso,  rispet¬ 
tosamente,  in  nome  della  necessità. 

Lucio  Settala. 

Ella  rifiuterà,  considerandoti  come 
un  estraneo. 

Cosimo  Dalbo. 

Tu  stesso,  allora. 

Lucio  Settala. 

Io?  Andando  dinanzi  a  lei  ? 


80 


LA  GIOCONDA 


Cosimo  Dalbo. 

No;  scrivendole. 

Una  pausa. 

Lucio  Settata^  con  l’accento  dell’assoluta 
impossibilità. 

Non  posso.  E  tutto  sarebbe  vano. 

Cosimo  Dalbo. 

Ma  v’  ^  un  altro  modo  :  abban¬ 
donare  quella  casa,  sgomberarla, 
vuotarla  di  tutto,  trasportare  tutto 
altrove.  Tu  eviterai  cosi  anche  la 
tristezza  intollerabile  del  ricordo.... 
Come  non  senti  che  il  cambiamento 
è  necessario,  se  la  tua  vita  si  rin¬ 
nova,  perchè  la  compagna  che  hai 
ritrovata  possa  assistere  al  tuo  la¬ 
voro?  Soffriresti  tu  ch’ella  si  sedesse 
là  dove  r  altra  si  distese  ?  eh’  ella 


ATTO  SECONDO,  SCENA  PRIMA 


81 


avesse  di  continuo  negli  occhi  la 
visione  dell’ orribile  sera? 

Lucio  SettaLA,  sorridendo  scorato  e  amaro. 

* 

Ebbene  si,  hai  ragione:  cambie¬ 
remo,  andremo  altrove,  sceglieremo 
un  bel  luogo  solitario,  toglieremo  la 
polvere  dalle  vecchie  cose,  apriremo 
tutte  le  finestre,  faremo  entrare  l’aria 
pura,  avremo  un  cumulo  di  creta,  un 
blocco  di  marmo,  alzeremo  un  mo¬ 
numento  alla  Libertà; 

>  S’interrompe.  La  sua  voce  si  fa 
singolarmente  calma. 

Una  mattina  la  Gioconda  batterà 
alla  nuova  porta  ;  io  le  aprirò  ;  ella 
entrerà  ;  senza  meraviglia  io  le  dirò  • 
Benvenuta. 

Egli  non  contiene  più  l’amarezza. 

Ah,  ma  tu  sembri  un  fanciullo! 
Tutto  per  te  si  riduce  a  una  chiave.. 


D’Annunzio,  La  Gioconda. 


6 


82 


LA  GIOCONDA 


Chiama  dunque  un  fabbro,  fa  mutare 
la  toppa;  e  m’avrai  salvato. 

COSBIO  Dalbo,  con  dolcezza  e  tristezza. 

Non  t’adirare.  Da  principio  cre¬ 
devo  che  tu  dovessi  soltanto  liberarti 
d’una  importuna.  Riconosco,  ora,  che 
il  mio  consiglio  era  puerile. 

Lucio  SettalA,  implorando. 

Cosimo,  amico  mio,  fa  di  com¬ 
prendere  ! 

Cosimo  Dalbo. 

Comprendo;  ma  tu  neghi. 

Lucio  Settala,  lasciandosi  di  nuovo 
trasportare. 

Non  nego,  non  nego.  Vuoi  tu  ch’io 
ti  gridi  che  l’amo  ? 

Si  smarrisce,  si  guarda  d’intorno 
sbigottito.  Si  passa  una  mano  su  la 
fronte,  con  un  gesto  di  sofferenza. 
Abbassa  la  voce. 


ATTO  SECONDO.  SCENA  PRIMA  8S 

Bisognava  lasciarmi  morire.  Pen¬ 
sa:  se  io  che  ero  ehro  di  vita,  se 
io  che  ero  frenetico  di  forza  e  d’or¬ 
goglio,  se  io  volli  morire,  è  certo 
che  riconobbi  nna  necessità  inelut¬ 
tabile.  Non  potendo  vivere  nè  con 
lei  nè  senza  di  lei,  risolsi  di  par¬ 
tirmi  dal  mondo.  Pensa:  io  che  con- 
sideravo  il  mondo  come  il  mio  giar¬ 
dino  e  che  avevo  tutte  le  avidità 
dinanzi  a  tutte  le  bellezze  !  E  certo 
dunque  che  riconobbi  una  necessità 
ineluttabile,  un  fato  di  ferro.  Biso¬ 
gnava  lasciarmi  morire. 

Cosmo  D.y:.BO. 

Tu  disconosci  ora  la  santità  d’un 
miracolo,  crudelmente. 

Lucio  Settala. 

Non  sono  crudele.  Per  orrore  delle 
crudeltà  a  cui  mi  trascinava  la  vio 


84 


LA  GIOCONDA 


lenza  del  male,  per  non  calpestare 
una  virtù  che  mi  pareva  più  che 
umana,  per  non  poter  sostenere  la 
dolcezza  d’ima  piccola  voce  incon¬ 
sapevole  che  interrogava,  per  impe¬ 
dire  a  me  stesso  il  peggio,  com¬ 
prendi?,  per  questo  mi  risolsi.  E  per 

orrore  di  ricominciare  io  mi  ramma- 

« 

rico,  perchè  oggi  io  sono  come  un 
disperato  che  abbia  preso  un  nar¬ 
cotico  e  si  svegli  dopo  un  sonno 
profondo  e  ritrovi  al  suo  capezzale 
la  stessa  disperazione. 

Cosimo  Dalbo. 

La  stessa!  Ed  ho  ancora  negli 
orecchi  le  tue  prime  parole  :  “Non 
so  più  nulla;  non  mi  ricordo,  non 
voglio  ricordarmi  più....  „  Tu  sem¬ 
bravi  immemore  di  tutto ,  proteso 
verso  un  altro  bene.  Ho  ancora  ne- 


ATTO  SECONDO,  SCENA  ERIMA 


85 


gli  orecclii  il  suono  della  tua  voce, 
quando  cliiamasti  la  madre  di  Beata, 
levandoti  a  un  tratto,  impaziente, 
come  per  un  ardore  che  non  con¬ 
sentisse  indugio.  Vedo  ancora  il  tuo 
sguardo  su  lei,  quando  entrò  palpi¬ 
tante  come  una  Speranza.  E,  certo, 
quella  sera  tu  dovesti  inginocchiarti 
ed  ella  dovette  piangere  ed  entrambi 
doveste  sentire  la  bontà  della  vita. 

Lucio  Settala. 

Sì,  sì,  così  fu:  Fadorazione!  Tutta 
Fanima  mia  si  prostrò  ai  suoi  piedi, 
riconobbe  quel  che  è  divino  in  lei, 
con  una  ebrezza  di  umiltà,  con  un 
fervore  di  riconoscenza  indicibili.  Fu 
un  rapimento.  Tu  avevi  parlato  di 
un’estasi  della  luce;  io  la  provai  in 
quegli  attimi.  Ogni  macchia  parve 
cancellata  ;  ogni  ombra  distrutta.  La 


LA  GIOCONDA 


•86 

vita  ebbe  un  nuovo  splendore.  Io 
credetti  d’essere  salvo  per  sempre.... 

S’ interrompe, 

I 

Cosimo  Dalbo. 

Ma  poi? 

Lucio  Settala. 

Poi  riconobbi  che  v’era  qualche 
altra  cosa  da  abolire  in  me:  questa 
forza  che  affluisce  alle  mie  dita  in¬ 
cessantemente  per  riprodurre.... 

Cosimo  Dalbo. 

Che  intendi  ? 

Lucio  Settala. 

Intendo  che  forse  sarei  salvo,  se 
avessi  dimenticato  anche  l’arte.  In 
certi  giorni,  là  nel  mio  letto,  guar¬ 
dandomi  le  mani  indebolite,  mi  pa¬ 
reva  incredibile  che  potessero  ancora 


ATTO  SECONDO,  SCENA  PRIMA 


87 


creare  ;  mi  pareva  che  avessero  per¬ 
duto  ogni  virtù.  Mi  sentivo  intera¬ 
mente  estraneo  a  quel  mondo  di 
forme  in  cui  avevo  vissuto....  prima 
di  morire.  Pensavo  :  “  Lucio  Settala, 
lo  statuario,  è  trapassato.  „  E  ima- 
ginàvo  di  farmi  giardiniere  d’un  pic¬ 
colo  giardino. 

Egli  si  siede,  come  placato,  socclim- 
dendo  le  palpebre ,  con  un’  aria  di 
stanchezza,  con  un  sorriso  d’ ironia 
appena  visibile. 

Potare  i  rosai,  annaffiarli,  liberarli 
dai  bruchi,  agguagliare  il  bossolo 
con  le  cesoie,  guidare  l’edera  su  pei 
muricciuoli,  in  un  giardinetto  incli¬ 
nato  verso  il  fiume  dell’ Oblio  ;  e  non 
più  rammaricarmi  di  aver  lasciato 
su  l’altra  riva  un  glorioso  parco  po¬ 
polato  di  lauri,  di  cipressi,  di  mirti, 
di  marmi  e  di  sogni....  Tu  mi  vedi 


88 


LA  GIOCONDA 


là,  felice,  con  le  cesoie  lucenti,  ve¬ 
stito  di  bordatino  ! 

» 

Cosimo  Dalbo. 

Non  ti  vedo.  ’ 

Lucio  Settala. 

Peccato,  amico  mio. 

Cosimo  Dalbo. 

Ma  chi  ti  vieta  il  grande  parco? 
Tu  vi  rientri  pel  viale  dei  cipressi, 
e  trovi  sul  limite  il  tuo  genio  tu¬ 
telare. 

Lucio  Settala,  levandosi  di  scatto,  come  uno 
che  perda  di  continuo  la  padronanza  di  sè. 

Tutelare!  Ah,  mi  sembra  che  tu 

pieghi  una  parola  su  l’altra,  come 

fasce  su  filacele,  per  la  paura  di 

sentir  pulsare  la  vita.  Hai  tu  mai 

premuto  il  dito  su  un’arteria  messa 

a  nudo,  su  un  tendine  lacerato? 

» 


ATTO  SECONDO,  SCENA  PEIMA 


89 


Cosimo  Dalbo. 

Lucio,  tu  ti  adiri  ogni  momento. 
V’è  in  te  qualclie  cosa  di  acre  e  di 
convulso,  una  specie  di  esasperazione 
die  t’impedisce  di  esser  giusto.  Tu 
non  sei  ancora  escito  di  convale¬ 
scenza,  non  sei  guarito  ancora.  Un 
urto  improvviso  è  venuto  a  .turbare 
l’opera  dolce  die  la  Natura  compiva 
in  te.  Le  tue  forze  die  rinascevano 
si  sono  inasprite.  Se  il  mio  consiglio 
valesse,  io  vorrei  che  tu  andassi  per 
ora  a  Bocca  d’Arno,  come  avevi  di¬ 
segnato.  Là,  tra  il  bosco  e  il  mare, 
tu  ritroverai  un  po’  di  calma  per 
considerare  quale  debba  essere  la 
tua  attitudine  ;  e  ritroverai  anche  la 
bontà  che  ti  darà  lume.... 

Lucio  Settala. 

La  bontà!  La  bontà!  Credi  tu 


90 


LA  GIOCONDA 


dunque  che  il  lume  debba  venirmi 
dalla  bontà  e  non  da  queir  istinto 
profondo  che  volge  e  precipita  il  mio 
spirito  verso  le  più  superbe  appari¬ 
zioni  della  vita?  Io  sono  nato  per 
fare  le  statue.  Quando  una  forma 
sostanziale  è  uscita  dalle  mie  mani 
con  l’impronta  della  bellezza,  l’officio 
assegnatomi  dalla  Natura  è  per  me 
compiuto.  Io  sono  nella  mia  legge, 
sia  pure  di  là  dal  Bene.  Non  è  forse 
vero?  Me  lo  concedi? 

Cosmo  DaliBO. 

Continua. 

Lucio  Settala,  abbassando  la  voce. 

Il  gioco  deU’illusione  mi  ha  con¬ 
giunto  a  una  creatura  che  non  m’era 
destinata.  Ella  è  un’anima  d’un  pre¬ 
gio  inestimabile,  dinanzi  a  cui  mi 


ATTO  SECONDO,  SCENA  PRIMA  91 

prostro  e  adoro.  Ma  io  non  scolpisco 
le  anime.  Ella  non  m’era  destinata. 
Quando  mi  apparve  l’altra,  io  pen¬ 
sai  a  tutti  i  blocchi  di  marmo  con¬ 
tenuti  nelle  cave  delle  montagne 
lontane,  per  la  volontà  di  fermare 
in  ciascuno  un  suo  gesto. 

Cosmo  Dalbo. 

Ma  tu  hai  già  obbedito  al  coman¬ 
damento  della  Natura,  generando  il 
capolavoro.  Quando  vidi  la  tua  sta¬ 
tua,  pensai  ch’ella  ti  fosse  libera¬ 
trice.  Tu  hai  perpetuato  in  tipo 
ideale  e  incorruttibile  un  esemplare 
caduco  della  specie.  Non  sei  dunque 
pago  ? 

Lucio  Settala,  accendendosi. 

Mille  statue,  non  una  !  Ella  è 
sempre  diversa,  come  una  nuvola 
che  ti  appare  mutata  d’attimo  in  at- 


92 


LA  GIOCONDA 


timo  senza  che  tu  la  veda  mutare. 
Ogni  moto  del  suo  corpo  distrugge 
un’armonia  e  ne  crea  un’altra  più 
bella.  Tu  la  preghi  che  si  arresti, 
che  rimanga  immobile;  e  a  traverso 
tutta  la  sua  immobilità  passa  un 
torrente  di  forze  oscure  come  i  pen¬ 
sieri  passano  negli  occhi.  Comprendi? 
Comprendi  ?  La  vita  degli  occhi  è 
lo  sguardo,  questa  cosa  indicibile, 
più  espressiva  d’ogni  parola,  d’ogni 
suono,  infinitamente  profonda  e  pure 
istantanea  come  il  baleno,  più  rapida 
ancora  del  baleno,  innumerevole,  on¬ 
nipossente:  insomma  lo  sguardo.  Ora 
imagina  diffusa  su  tutto  il  corpo  di 
lei  la  vita  dello  sguardo.  Comprendi? 
Un  battito  di  palpebre  ti  trasfigura 
un  viso  umano  e  ti  esprime  una 
immensità  di  gioia  o  di  dolore.  Le 
ciglia  della  creatura  che  ami  si  ab- 


ATTO  SECONDO,  SCENA  PRIMA  93 

bassano:  Tombra  ti  cercliia  come  un 
fiume  un’isola;  si  sollevano:  rincen- 
dio  dell’estate  brucia  il  mondo.  Un 
battito  ancora:  la  tua  anima  si  dis¬ 
solve  come  una  goccia;  ancora:  tu 
ti  credi  il  re  dell’  Universo.  Ima- 
gina  questo  mistero  su  tutto  il  suo 
corpo!  Imagina  per  tutte  le  sue  mem¬ 
bra,  dalla  fronte  al  tallone,  questo 
apparire  di  vite  fulminee!  Potrai  tu 
scolpire  lo  sguardo  ?  Gli  Antichi  ac¬ 
cecarono  le  statue.  Ora  —  imagina 
—  tutto  il  corpo  di  lei  è  come  lo 
sguardo. 

Una  pausa.  Egli  si  guarda  intorno 
sospettoso,  per  tema  d’essere  udito. 
Si  accosta  anche  di  più  all’  amico, 
che  lo  ascolta  con  una  emozione  cre¬ 
scente. 

Te  l’ho  detto:  mille  statue,  non 
una.  La  sua  bellezza  vive  in  tutti 
i  marmi.  Questo  sentii,  con  un’an- 


94 


LA  GIOCONDA 


sietà  fatta  di  rammarico  e  di  fervore, 
un  giorno  a  Carrara,  mentre  ella 
m’era  accanto  e  guardavamo  discen¬ 
dere  dall’alpe  quei  grandi  buoi  ag¬ 
giogati  die  trascinano  giù  le  carra 
dei  marmi.  Un  aspetto  della  sua  per¬ 
fezione  era  chiuso  per  me  in  cia¬ 
scuno  di  quei  massi  informi.  Mi  pa¬ 
reva  die  si  partissero  da  lei  verso 
il  minerale  bruto  mille  faville  ani¬ 
matrici  come  da  una  torcia  scossa. 
Dovevamo  scegliere  un  blocco.  Ri¬ 
cordo:  era  una  giornata  serena.  I 
marmi  deposti  risplendevano  al  sole 
come  le  nevi  eterne.  Udivamo  di 
tratto  in  tratto  il  rombo  delle  mine 
die  squarciavano  le  viscere  alla  mon¬ 
tagna  taciturna.  Non  dimenticlierei 
queir  ora,  anche  se  morissi  un’altra 
volta....  Ella  si  mise  per  mezzo  a 
queir adunazione  di  cubi  bianchi,  sof- 


ATTO  SECONDO,  SCENA  PRIMA 


95 


fermandosi  dinanzi  a  ciascuno.  Si 
chinava,  osservava  attentamente  la 
grana,  sembrava  esplorarne  le  vene 
interiori,  esitava,  sorrideva,  passava 
oltre.  Ai  miei  occhi  la  sua  veste 
non  la  copriva.  Una  specie  di  affi¬ 
nità  divina  era  tra  la  sua  carne  e 
il  marmo  che  chinandosi  ella  sfio¬ 
rava  con  l’alito.  Un’aspirazione  con¬ 
fusa  pareva  salire  verso  di  lei  da 
quella  bianchezza  inerte.  H  vento, 
il  sole,  la  grandiosità  dei  monti,  le 
lunghe  file  dei  buoi  aggiogati,  e  la 
curva  antica  dei  gioghi,  e  lo  stri¬ 
dore  dei  carri,  e  la  nuvola  che  sa¬ 
liva  dal  Tirreno,  e  il  volo  altissimo 
di  un’aquila,  tutte  le  apparenze  esal¬ 
tavano  il  mio  spirito  in  una  poesia 
senza  confini,  lo  inebriavano  d’ un 

t 

sogno  che  non  ebbe  mai  l’eguale  in 
me....  Ah,  Cosimo,  Cosimo,  io  ho 


96 


LA  GIOCONDA 


osato  gettare  una  vita  su  eui  riluce 
la  gloria  d’un  tal  ricordo!  Quando 
ella  tese  la  mano  sul  marmo  che 
aveva  scelto  e  volgendosi  mi  disse: 
“  Questo  „  ,  tutta  l’alpe  dalle  radici 
alle  cime  aspirò  alla  bellezza. 

Un  fervore  straordinario  riscalda 
la  sua  voce  e  avviva  il  suo  gesto. 
Colui  che  lo  ascolta  ne  è  sedotto,  e 
ne  dà  segno. 

Ah^  ora  tu  comprendi!  Tu  non 
mi  chiederai  più  se  io  sia  pago. 
Ora  tu  sai  come  debba  essere  fu¬ 
riosa  la  mia  impazienza  se  penso 
che  in  questo  momento  ella  è  là, 
fsola,  a  piè  della  Sfinge,  che  mi 
aspetta.  Pensa:  la  sua  statua  è  al¬ 
zata  sopra  di  lei,  immobile,  immu¬ 
tabile,  immune  d’ogni  miseria;  ed 
ella  è  là  affannata,  e  la  sua  vita 
fluisce,  e  qualche  cosa  di  lei  peri- 


ATTO  SECONDO,  SCENA  PlilMA 


97 


sce  di  continuo  nel  tempo.  L^indur 
gio  è  la  morte....  Ma  tu  non  sai,  tu 
non  sai.... 

Ha  l’accento  di  chi  confida  un  segreto^ 

Cosimo  Dalbo. 

Che  cosa? 

Lucio  Settala. 

Tu  non  sai  che  io  avevo  già  co¬ 
minciata  un^altra  statua..., 

Cosimo  Dalbo. 

Un’  altra  ? 

Lucio  Settala. 

Si:  rimasta  interrotta,  abbozzata 
nella  creta.  La  creta  si  dissecca,  tutto 
si  perde. 

Cosimo  Dalbo. 

Ebbene? 


D’Annunzio,  La  Gioconda. 


7 


} 


98  LA  GIOCONDA 


Lucio  Settìua.  •  * 

La  credevo  perduta. 

.  Un  sorriso  irresistibile  gli  brilla 
negli  occhi.  La  sua  voce  trema. 

Non  è  pèrduta  :  è  ancora  viva. 
L’ultimo  tocco  di  pollice  è  là,  an¬ 
cora  vivo!  .  •  ,  - 

Egli  fa  l’atto  di  plasmare,  istinti¬ 
vamente.  '  ' 

Cosmo  Dalbo, 

‘  E  come  ? 

0 

Lucio  Settala. 

Ella  sa  ■  le  cose  “  dell’ arte,  sa  in 
che  modo  la  creta  si  mantenga  molle. 
M’aiutava,  un  tempo.  Ella  stessa.' 
bagnava  le  tele.... 

Cosmo  Dalbo. 

Dunque  ella  pensava  a  tenere 
umida  la  creta,  mentre' tu  morivi! 


ATTO  SECONDO,  SCENA  PKIMA  99 


Lucio  Settala. 

Non  era  forse  anche  quello  un 
modo  di  contrastare  la  morte?  Non 
era  anche  quello  un  atto  di  fede, 
ammirabile  ?  Ella  conservava  la  mia 
opera.... 

Cosimo  Baldo. 

Mentre  l’altra  conservava  la  tua 
vita. 

Lucio  Settala,  oscurandosi,  tenendo  la  fronte 
bassa  ,  senza  guardare  1’  amico  ,  con  una  voce 

quasi  dura. 

Quale  ■  delle  due  cose  ha  mag¬ 
gior  pregio?  La  vita  ni’è  intollera¬ 
bile,  se  mi  fu  resa  gravata  d’ un 
divieto.  Te  l’ho  .detto:  bisognava 
lasciarmi  morire.  Quale  rinunzia  può 
eguagliare  quella  che  io  avevo  fatta? 
Soltanto  la  morte  poteva  arrestare 
Timpeto  del  desiderio  che  conduce 


100 


la  gioconda 


fatalmente  il  mio  essere  verso  il  suo 
bene.  Ora  io  rivivo:  riconosco  in 
me  il  medesimo  uomo,  la  medesima 
forza.  Chi  mi  giudicherà,  se  prose¬ 
guo  il  mio  destino? 

Cosmo  Dalbo,  sgomentato,  prendendolo  per  le 
braccia',  come  per  trattenerlo. 

Ma  che  farai  dun(][ue  ?  Hai  già 
risoluto  ? 

Percosso  dallo  sgomento  subitaneo 
che^è  nella  voce  e  nell’atto  dell’a- 
mico,  Lucio  si  smarrisce,  vacilla. 

Lucio  Settala,  mettendosi  nei  capelli  le  mani 

febrili. 

Che  farò?  Che  farò?  Conosci  tu 
izn3j  tortuTcì  piu  crudele?  Io  lio  lu.  ver* 
tig-ine;  comprendi?  Se  penso  ch’ella 
è  là,  e  m  alj^ende,  e  le  ore  passano, 
e  la  mia  forza  si  perde,  e  il  mio  '  ar¬ 
dore  si  consuma,  la  vertigine  mi  af¬ 
ferra  l’anima,  -ed  ho  paura  d’essere 


( 


ATTO  SESONDO,  SCENA  PRIMA  105 

trascinato,  forse  stasera,  forse  do¬ 
mani.  Sai  tu  che  sia  la  vertigine  ? 
Ah,  se  potessi  riaprirmi  la  ferita  che 
mi  fu  chiusa! 

Cosimo  Dalbo,  cercando  di  trarlo  verso  la 

finestra. 

Càlmati ,  càlmati ,  Lucio  !  Taci  ! 
Wh  parso  di  sentire  la  voce.... 

Lucio  SettaLA,  trasalendo. 

Di  Silvia? 

Si  copre  d’iin  pallore  mortale. 
Cosimo  Dalbo. 

Si.  Càlmati!  Hai  la  febbre. 

Gli  tocca  la  fronte.  Lucio  si  ap¬ 
poggia  al  davanzale ,  quasi  che  1© 
forze  lo  abbandonino. 


102 


LA  GIOCONDA 


SCENA  SECONDA. 

Entra  SILVIA  SetTALA  con  PrANCESCA  DoNL 
Questa  tiene  un  braccio  intorno  alla  cintura  della 
sorella. 


Silvia  Settala. 

I 

Oh,  Dalbo,  siete  ancora  qui? 

Ella  non  vede  il  viso  di  Lucio,  cbe 
è  rivolto  all’aria  aperta. 

Cosimo  Dalbo,  ricomponendosi,  salutando  Fran¬ 
cesca. 

Lucio  mi  ha  trattenuto.... 

Silvia  Settala. 

Aveva  molte  cose  da  dirvi? 


ATTO  SECONDO,  SCENA  SECpNDA 


103 


Cosimo  Dalbo. 

Ha  sempre  molte  cose  da  dire, 
troppe  forse.  E  si  stanca. 

Silvia  Settala. 

Vi  ha  detto  che  sabato  andremo 
a  Bocca  d’Arno? 

Cosimo  Dalbo. 

Si,  lo  so.  ’ 

Feaiscesca  Doni.  ' 

Non  siete  mai  stato  a  Bocca 

d’Arno?  •  ‘  - 

Cosimo  Dalbo. 

No,  mai.  Conosco  la  campagna 
pisana,  San  RossorCj  il  Grombo,  San 
Pietro  in  Grado;  ma  non  mi  sono 
mai  spinto  sino  alla  '  foce.  So  che  la 
spiaggia  è  bellissima. 

Silvia  ha  lo  sguardo  fisso  al  ma¬ 
rito  che  rimane  abbandonato  sul  da¬ 
vanzale,  immobile. 


104 


LA  GIOCONDA 


Francesca  Doni. 

Deliziosa  in  questa  stagione:  una 
spiaggia  aperta,  bassa,  di  sabbia 
fina  ;  il  mare,  il  fiume,  il  bosco  ;  To- 
dore  delle  alghe,  Todore  della  ragia; 
i  gabbiani,  gli  usignuoli....  Dovreste 
fare  molte  visite  a  Lucio,  mentre  è  là. 

Cosimo  Dalbo. 

Certo. 

Silvia  Settala. 

Potremo  ospitarvi. 

Ella  si  stacca  dalla  sorella  e  va 
verso  il  marito,  col  suo  passo  leggero. 

Francesca  Doni. 

Nostra  madre  ha  là  una  casa 
molto  modesta,  ma  grande:  una  casa 
bianca  di  dentro  e  di  fuori,  in  una 
macchia  d’oleandri  e  di  tamerici  ;  e 
c’è  una  vecchia  spinetta  dell’Impero, 


ATTO  SECONDO,  SCENA  SECONDA 


105 


appartenuta  —  imaginate  a  chi!  — 
a  una  sorella  di  Napoleone,  alla  du¬ 
chessa  di  Lucca,  a  quella  terribile 
e  ossuta  Elisa  Baciocchi:  una  spi¬ 
netta  che  qualche  volta  si  sveglia 
e  piange  sotto  le  dita  di  Silvia;  e 
c’è  anche  una  barca,  se  il  ricordo 
napoleonico  non  vi  seduce,  una  bella 
barca,  bianca  come  la  casa. 

Silvia  si  sofferma  in  silenzio  alle 
spalle  di  Lucio,  come  sospesa.  Egli 
resta  assorto. 

Cosmo  Dalbo. 

Vivere  in  una  barca,  su  l’acqua, 
alla  ventura:  non  v’è  nulla  che  ri¬ 
posi  di  piti.  Per  settimane  e  setti¬ 
mane  ho  vissuto  così. 

Francesca  Doni. 

Bisogna  mettere  il  convalescente 
in  una  barca  e  affidarlo  al  buon  mare. 


106 


LA  GIOCONDA 


Silvia  Settala,  toccando  con  un  gesto  lievis¬ 
simo  la  spalla  del  marito.  • 

Lucio  ! 

Egli  trasale  e  si  volge. 

Clic  fai?  Siamo  (jui.  C’è  Fran¬ 
cesca. 

Egli  guarda  in  viso  la  moglie,  ti¬ 
tubante;  poi  tenta  di  sorridere.  . 

Lucio  Settata. 

Sta  per  venir  giù  un  rovescio 
d’acqua.  Aspettavo  le  prime  goc¬ 
ciole:  l’odore  della  terra.... 

Egli  si  inclina  ancora  verso  la  fi¬ 
nestra  e  tende  all’aria  la  mano  aperta; 
che  gli  trema  visibilmente. 

Francesca  Doni. 

Aprile  or  piange  or  ride, 

Lucio  Settata. 

Oh,  Francesca,  come  state? 


ATTO  SECONDO,  SCENA  SECONDA 


107 


Francesci  Doni, 

Bene.  E  voi,  Lucio? 

Lucio  Settala, 

Bene,  bene. 

Francesca  Doni. 

Si  parte  dunque  sabato? 

Lucio  Settala,  guardando  la  moglie,  trasognato. 

Per  dove? 

Francesca  Doni. 

Come!  Per  Bocca  d’Arno. 

Lucio  Settala. 

Ah  sì,  è  vero.  Ho  il  capo  svanito. 

Silvia  Settala. 

Non  ti  senti  bene,  oggi? 


108 


LA  GIOCONDA 


Lucio  Settala.. 

Sì,  sì,  bene.  Il  tempo  un  poco 
m’ uggisce;  marni  sento  bene,  assai 
bene. 

Neiraccerito  con  cui  pronunzia  le 
semplici  parole  egli  pone  un  eccesso 
di  dissimulazione  che  le  rende  strane 
come  quelle  d’un  uomo  folle.  È  pa¬ 
lese  che  l’attenzione  dei  tre  astanti 
gli  è  divenuta  intollerabile. 

Tu  vai  via,  Cosimo? 

Cosimo  Dalbo. 

Sì,  vado.  È  ora. 

Egli  s’accinge  ad  uscire. 

Lucio  Settala. 

T’accompagno  fino  al  cancello. 

Si  muove  dalla  finestra  verso  la 
porta,  sollecito. 

Silvia  Settala. 

Così,  a  capo  scoperto? 


ATTO  SECONDO,  SCENA  SECONDA 


109 


Lucio  Settala. 

Sì,  ho  caldo.  Non  senti  che  aria 
gravosa  ? 

Si  sofferma  su  la  soglia  aspettando 
l’amico.  Un’acuta  pena  d’improvviso 
punge  i  cuori,  ammutolisce  le  labbra. 

Cosimo  Dalbo. 

A  rivederci. 

Saluta  turbato;  esce  con  Lucio, 
Silvia  china  il  capo  ,  con  le  ciglia 
contratte,  come  chi  consideri  per  ri¬ 
solvere.  Poi  sembra  che  un’onda  su¬ 
bitanea  di  energia  le  sollevi  la  per¬ 
sóna. 

Francesca  Doni. 

Hai  veduto  il  Gaddi? 

Silvia  Settala. 

Non  ancora.  Oggi  non  è  venuto. 

Francesca  Doni. 


Allora  non  sai.... 


no  LA  GIOCONDA 


Silvia  Settala. 

Che  cosa? 

Francesca  Donl 

Quel  che  lia,  fatto. 

Silvia  .  Settala. 

No. 

Francesca  Doni. 

È  andato  dalla  Dianti. 

Silvia  Settala^  con  una  emozione  contenuta. 

Da  colei!  Quando? 

Francesca  Doni. 

Ieri. 

Silvia  Settala. 

E  tu  l’hai  veduto? 

Francesca  Doni. 


Sì,  riio  incontrato.  Mi  ha  detto.... 


ATTO  SECONDO,  SCENA  SECONDA  111 


SlLYIA  SeTTALA. 

Parla  dunque! 

PuANCESCA  Doni. 

Andò  da  lei  ieri,  verso  le  tre.  Si 
fece  annunziare.  Fu  ricevuto  subito. 
Ella  aveva  l’aria  sorridente;  s’in¬ 
chinò,  non  disse  una  parola,  restò 
in  piedi,  aspettò  che  il  vecchio  par¬ 
lasse;  l’ascoltò  con  rispetto,  tran¬ 
quilla.  Tu  imagini  quel  che  egli  potè 
dire  per  persuaderla  a  restituire  la 
chiave,  a  smettere  ogni  altro  tenta¬ 
tivo,  a  non  voler  più  turbare  una 
pace  ricuperata  coi  sangue,  e  con 
quanto  dolore!  Ella  non  gli  chiese 
alla  fine  se  non  questo  :  “  E  Lucio 
Settata  che  vi  manda  a  me  ?  „  Alla 
risposta  negativa,  soggiunse  con  un 
tono  fermissimo:  '‘Vogliate  perdo- 


112 


LA  GIOCONDA 


/■ 


narmi,  ma  io  non  posso  riconoscere 
se  non  a  lui  il  diritto  di  chiedere 
quel  che  voi  mi  chiedete.  „ 

Silvia  SettalAj  impallidendo  ed  ergendosi 
come  per  affrontare  la  lotta. 

All,  è  la  sua  ultima  parola?  Eb¬ 
bene,  c’è  un’altra  persona  che  ha  un 
diritto  eguale  e  lo  farà  valere.  Ve¬ 
dremo. 

Francesca  Foni,  sbigottita. 

Che  pensi  di  fare,  Silvia? 

Silvia  Settala. 

Quel  che  è  necessario. 

Francesca  Doni. 

Che,  dunque  ? 


Silvia  Settala. 

Vederla,  mettermi  di  fronte  a  lei 


ATTO  SECONDO,  SCENA  SECONDA 


113 


nel  liiog’o  stesso  do v’ ella  è  un’ in¬ 
trusa.  Intendi? 

Francesca  Doni. 

Tu  vuoi  andare  là! 

Silvia  Settala. 

Sì,  voglio  andare  là.  So  la  sua 
ora.  Tu  stessa  la  sai.  L’aspetterò. 
Ella  verrà.  Finalmente  ci  guarde¬ 
remo  in  viso. 

Francesca  Doni. 

Ma  non  farai  questo. 

Silvia  Settala. 

Come  no?  Credi  tu  che  mi  man¬ 
chi  il  coraggio? 

.  Francesca  Doni. 

Ti  supplico.  Silvia! 

Silvia  Settala. 

Credi  tu  che  io  tremi? 

8 


D’Annunzio,  La  Giocondo.. 


114 


LA  GIOCONDA 


Francesca  Doni. 

Ti  supplico  ! 

Silvia  Settala. 

Oh,  sii  piir  sicura  che  non  io  ab¬ 
basserò  gli  occhi,  non  io  verrò  meno. 
Tu  dovresti  conoscermi  ornai,  per 
più  d’una  prova. 

Francesca  Doni. 

Lo  so,  lo  so.  Nulla  ti  vince.  Ma 
pensa;  trovarti  là  dopo  tanto,  nel 
luogo  stesso  dove  avvenne  Torribile 
cosa,  là,  sola,  di  fronte  a  quella  donna 
che  ti  ha  fatto  tanto  male.... 

Silvia  Settala. 

Ebbene?  Che  importa?  Ho  forse 
una  volta  sola  —  una  volta  sola, 
Francesca!  —  evitato  di  compiere 
quel  che  m'è  parso  necessario?  Di’ 


ATTO  SECONDO,  SCENA  SECONDA  115 

'  ■■■  ■  '  ■  -  — -  ■  -■  ■■■■■  -  - -  ^ 

tu:  m’iiai  veduta  rifiutare  qualche 
peso?  A  quale  tortura  mi  sono  io 
sottratta?  Ben  altre  pene  ho  guar¬ 
date  in  faccia;  e  tu  lo  sai.  Tu  temi 
che  mi  manchi  il  cuore  di  porre  il 
piede  là  dov’egdi  cadde....  Ma  io  ebbi 
cuore  di  vederlo  allora,  per  la  fes¬ 
sura  dell’uscio,  disteso  sul  suo  letlo 
di  morte,  e  nessuno  era  dietro  di  me 
a  sorreggermi  ;  e,  priiiia  che  mi  fosse 
permesso  di  accostarmi  al  suo  ca¬ 
pezzale,  passarono  per  le  mie  mani 
i  ferri  del  chirurgo  e  le  fasce  mac- 
clìiate  di  sangue. 

Francesca  Doni. 

Sì,  sì,  è  vero:  la  tua  forza  ò 
grande.  Nulla  ti  vince.  Ma  pensa: 
non  è  la  stessa  cosa....  Non  è  la 
stessa  cosa  trovarsi  là,  all’ improv¬ 
viso,  di  fronte  a  una  donna  che  non 


116 


LA  GIOCONDA 


conosci,  capace  di  tutto  come  quella, 
ostinata,  impudente.... 

Silvia  Settala. 

Non  temo  di  lei.  Quel  che  ella  fa 
è  basso.  Perchè  mi  crede  sommessa 
e  debole,  ella  si  moiètra  cosi  audace  ; 
perchè  tanto  tempo  sono  rimasta  in 
silenzio  e  in  disparte,  ella  pensa  di 
potermi  sopraffaie  anche  una  volta. 
Ma  s’inganna.  Allora  il  mio  bene  era 
perduto,  ogni  difesa  era  inutile.  Ora 
l’ho  ricuperato,  e  lo  difendo. 

PiLAXCESCA  Doni. 

Mio  Dio  !  Tu  ti  getti  in  una  lotta 
a  corpo  a  corpo.  E  se  ella  resiste? 

Silvia  Settala. 

Resiste  come?  Ho  il  mio  diritto 
Saprò  scacciarla. 


ATTO  SECONDO,  SCENA  SECONDA 


117 


Feancesca  Doni. 

Silvia,  Silvia,  sorella  mia,  ti  sup¬ 
plico:  indugia  ancora  qualche  giorno, 
rifletti  ancora  un  poco,  prima  di  far 
questo!  Non  precipitare! 

Silvia  Settala. 

Ah,  parli  bene  tu,  tu  che  sei  fe¬ 
lice,  tu  che  sei  sicura,  tu  che  hai 
la  vita  serena  e  nessuna  minaccia 
su  la  tua  pace.  Indugiare,  riflettere! 
jla  sai  tu  a  quale  estremità  io  mi 
ritrovi  oggi?  Sai  tu  per  quale  di¬ 
fesa  io  mi  batta?  Per  il  mio  capo 
e  per  quello  di  Beata,  per  resistenza, 
per  la  luce  degli  occhi.  Intendi  ? 
Non  si  ricomincia  un  supplizio  dove 
già  tutti  i  nervi  furono  lacerati , 
dove  già  furono  sperimentati  tutti 
gli  strazii.  Ho  dato  al  dolore  tutto 


Ì18 


LA  GIOCONDA 


quel  che  potevo  dare;  ho  sentito  il 
ferro  duro  su  la  mìa  nuca  e  ai  miei 
polsi:  alla  fine  della  mia  giornata  il 
mio  sonno  era  preso  dall'orrore  della 
giornata  seguente  in  cui  bisognava 
pur  vivere  e,  per  vivere,  seguitare 
a  spremere  il  cuore  che  pareva  esau¬ 
sto.  Ah  tu  parli  bene,  tu!  Quando 
tu  sorridi  nella  tua  casa,  il  tuo  sor¬ 
riso  medesimo  ritorna  a  te  in  cento 
raggi  come  se  tu  vivessi  nel  cri¬ 
stallo.  Per  me  il  sorriso  era  una 
pena  di  più;  sotto,  i  denti  si  serra¬ 
vano;  ma  Beata  non  ha  visto  una 
mìa  lacrima.  Per  mantenere  la  pro¬ 
messa  che  è  nel  suo  nome,  quando 
non  v’era  fibra  in  me  che  non  si 
torcesse,  le  mie  mani  verso  di  lei 
avevano  sempre  qualche  fiore....  Non 
saprei  più  ricominciare.  Vorrei  piut¬ 
tosto  andarmene ,  alla  mia  volta  : 


ATTO  SECONDO,  SCENA  SECONDA 


119 


trovare  laggiù  un  po’  di  spiaggia 
deserta  e  coricarmi  con  Beata  per¬ 
chè  il  mare  ci  prendesse. 

Francesca  Doni,  gettando  le  braccia  al  collo 
della  sorella,  baciandola  in  viso. 

Che  dici?  Che  dici?  Tu  non  devi 
più  temere  di  nulla.  Non  ti  ama? 
Non  hai  riavuto  tutto  il  suo  amore? 
Questo  soltanto  vale;  e  il  resto  è 
nulla. 

Silvia  chiude  gli  occhi  per  alcuni 
istanti ,  e  C' illusione  le  illumina  la 
faccia. 

Silvia  Settala. 

Sì,  sì,  ho  riavuto  il  suo  amore.... 
Sembra....  Come  potrei  dubitare  di 
quella  voce?  Quando  non  sono  là, 
mi  chiama,  mi  cerca  ;  ha  bisogno  di 
me;  sembra  che  io  debba  guidare  i 
suoi  passi.... 

Si  scuote  ;  si  scioglie  dalle  braccia 
della  sorella;  è  ripresa  dall’ansietà. 


120 


LA  GIOCONDA 


Ma  oggi...  L’hai  veduto?  l’hai 
^uaidato?...  Og’g’i  non  è  più  come 
ieri;  è  diverso....  Un  mutamento  su¬ 
bitaneo....  L’hai  guardato  tu  quando 
egli  era  là  alla  finestra,  chino  sul 
davanzale?  Hai  udito  il  suono  delle 
sue  parole?  Hai  veduto  come  gli 
ti'emava  il  braccio  quando  l’ha  steso 
fuori?  Ah  dimmi  che  anche  tu  hai 
sentito  che  qualche  cosa  accade,  che 
qualche  cosa  lo  sconvolge. 

Prais^cesca  Doni. 

È  convalescente  ancora.  Pensa; 
un  nulla  può  turbarlo,  l’aria,  il 
tempo.... 

Silvia  Settala. 

No,  no  ;  non  è  questo.  E  non  hai 
veduto?  Anche  Cosimo  Dalbo  pa¬ 
reva  che  facesse  uno  sforzo  per  na¬ 
scondere  un’ombra....  I  miei  occhi 
non  fallano. 


ATTO  SECONDO,  SCENA  SECONDA  ' 


121 


Francesca  Doni. 

No,  non  pareva.  Ha  parlato  con  me. 
Silvia  Settala^  sempre  più  agitata. 

Ma  Lucio  è  disceso  ad  accompa¬ 
gnarlo  e  non  è  risalito  ancora.  0 
forse  è  passato  dall’altra  parte. 

Va  alla  finestra,  spia  tra  le  cortine. 

All,  è  ancora  là,  al  cancello,  die 
parla,  die  parla....  Sembra  fuori 

di  se.... 

Alza  gli  occhi  al  nuvolo. 

Ora  vien  giù  lo  scroscio. 

Spia  di  nuovo,  intentissima. 
Francesca  Doni. 

Chiamalo  ! 

Silvia  Settata,  volgendosi,  come  incalzata  da 
un  pensiero  terribile. 

Certo  è  così,  certo  è  cosi. 


122 


LA  GIOCONDA 


Francesca  Donl 

Che  pensi,  ora  ? 

Silvia  Settala,  fermandosi,  pronunziando'  le 
parole  nettamente,  risoluta  ma  pallidissima. 

Lucio  sa  che  colei  lo  aspetta. 

Francesca  Doni. 

Lo  sa  ?  Come  ? 

,  Silvia  Settala. 

Non  v’è  dubbio,  non  v’è  dubbio 

Francesca  Doni. 

Tu  r  imagini. 

Silvia  Settala. 

Lo  sento;  ne  sono  certa. 

Francesca  Doni. 

Ma  come  ? 

Silvia  Settala. 

Ma  bisognava  pure  che  questo- av- 


1 


ATTO  SECONDO,  SCENA  SECONDA  123 

venisse;  bisognava  pure  che  un 
giorno  ella  trovasse  il  modo.  Come? 
Forse  una  lettera....  Egli  ha  ricevuto 
una  lettera. 

Francesca  Donl 

E  tu  non  vigili  ! 

Silvia  Settala,  con  un  atto  di  disdegno. 
Anche  questo  ? 

Francesca  Doni. 

Ma  forse  t’inganni. 

Silvia  Settala. 

Non  m’inganno.  Dopo  la  visita 
del  vecchio,  ella  ha  scritto.  L’indu¬ 
gio  ornai  non  è  più  possibile,  nep¬ 
pure  d’un  giorno,  neppure  d’un’ora. 
Tu  comprendi  il  pericolo.  Sia  an¬ 
che  tornato  a  me  con  tutta  l’anima 


124 


LA  GIOCONDA 


sua,  si  sia  anche  distaccato  da  lei  in¬ 
teramente,  si  sia  anche  volto  a  un’al¬ 
tra  vita,  a  un  altro  bene,  non  senti 

\ 

tu  quale  possa  ancora  essere  il  fa¬ 
scino  di  una  donna  che  gli  dice,  osti¬ 
nata  e  sicura:  “  Sono  qui;  aspetto?,,. 
Sapere  eh’  ella  è  là,  che  non  un 
giorno  manca  alla  sua  attesa,  che 
nulla  può  sconfidarla....  Comprendi 
il  pericolo  ?  Se  Ducio  ha  saputo 
stamani  ch’ella  lo  aspetta,  bisogna 
ch’egli  sappia  stasera  e  dalla 
mia  bocca  medesima  —  ch’ella  non 
lo  aspetta  più. 

Ud’ energia  indomabile  afforza  ed 
eleva  tutta  la  sua  persona. 

Questo  saprà  stasera;  glie  lo  pro^ 
metto. 

Ella  tende  la  mano  verso  la  fine¬ 
stra,  col  gesto  di  chi  giura. 

Vuoi  accompagnarmi? 


ATTO  SEC0NI>0,  SCENA-  SECONDA 


125 


Francesca  Doni,  sbigottita,  supplichevole. 

Silvia,  Silvia,  rifletti  ancora  un 
minuto!  Pensa  a  quel  che  fai! 

t 

Silvia  Settala. 

Non  ti  chiedo  aiuto.  Ti  chiedo 
che  tu  m’accompagni  soltanto  fino 
alla  porta.  Per  il  resto,  basto  io 
sola;  è  necessario  anzi  che  io  ri¬ 
manga  sola.  Vuoi?  Che  ora  è? 

Si  volge  per  guardar  l’ora;  va  verso 
la  tavola. 

Francesca  Doni,  arrestandola. 

Ti  supplico  !  Dammi  ascolto.  Sil¬ 
via!  Il  cuore  mi  dice  che  non  può 
venir  bene  da  quel  che  vuoi  fare. 
Dà  ascolto  alla  tua  sorella!  Ti  sup¬ 
plico  ! 


J  ,, 


126 


LA  GIOCONDA 


Silvia  Settala,  con  un  gesto  d’insofferenza. 

Ma  non  hai  dunque  ancora  com¬ 
preso  quel  ch’io  gioco  in  questo 
momento?  Lasciami.  Vado  sola. 

Si  china  su  la  tavola,  guarda  l’ora. 

Sono  le  quattro.  Non  ho  un  mi¬ 
nuto  da  perdere.  Hai  una  vettura,  giù? 

La  pioggia  scroscia  subitamente  su 
gli  alberi  del  giardino. 

Francesca  Doni. 

Non  senti  che  rovescio  d’acqua? 
Non  uscire!  Rimanda  tutto  a  do¬ 
mani.  Vieni,  ascolta. 

Cerca  di  attirarla. 

Aspetta  almeno  che  spiova. 

Silvia  Settala. 

Non  ho  un  minuto  da  perdere. 
Bisogna  che  io  sia  là,  prima  di  lei; 


/ 


ATTO  SECONDO,  SCENA  SECONDA  127, 

bisogna  eh’  ella  mi  trovi  là  come 
nella  mia  casa.  Intendi?  Lasciami. 
Sùbito  il  cappello,  il  mantello,  i 
guanti....  Giovanna! 

Ella  passa  nella  stanza  attigua 
chiamando  la  sua  donna.  Francesca 
Doni,  presa  dallo  sgomento,  va  verso 
la  finestra  dove  scroscia  la  pioggia. 

Francesca  Dori. 

Mio  Dio!  Mio  Dio! 

Guarda  nel  giardino;  chiama. 

Lucio  !  Lucio  ! 

Torna  verso  la  porta  d’ond’è  scom¬ 
parsa  la  sorella. 

Silvia  Settata,  riapparendo,  ansante. 

Eccomi  pronta.  Ho  lasciato  là 
Beata  che  piange.  Voleva  uscire  con 
me.  Tu  rimani,  ti  prego:  va  a  con¬ 
solarla.  Io  esco  sola.  Prendo  la  tua 
vettura.  A  rivederci. 

Fa  l’atto  di  baciare  la  sorella. 


128 


LA  GIOCONDA 


Francesca  Doni. 

Tu  vai,  dunque  ?  È  risoluto  ? 

I 

Silvia  Settala. 

Vado. 

Francesca  Donl 

T’accompagno. 

Silvia  Settala. 

Andiamo. 

Involontariamente,  ella  si’ sofferma 
e  volge  gli  occhi  in  giro  come  per 
abbracciare  con  uno  sguardo  tutte  le 
cose  predilette.  Le  cortine  palpitano; 
k.  pioggia  scroscia.  Ella  aspira  la  fra¬ 
granza  umida  che  entra  per  le  fine¬ 
stre.  Solo  pei’  un  attimo,  l’arco  teso 
della  sua  volontà  si  allenta. 

L’odore  ‘  della  terra.... 

Trasale  vedendo  apparire  d’improv¬ 
viso,  su  la  soglia  ond’  ella  sta  per 
uscire,  Lucio  febricitante ,  a  capo 
scoperto ,  con  i  capelli  e  gli  abiti 
molli  di  pioggia.  Si  guardano.  Un  in- 
tervallo  di  silenzio  gravissimo. 


ATTO  SECONDO,  SCENA  SECONDA 


i29 


Lucio  Settala,  con  la  voce  rotta. 

Tu  esci  ? 

Silvia  Settala.  • 

Sì,  esco. 

Lucio  Settala. 

Come  sei  pallida  ! 

Silvia  si  passa  una  mano  su  la 
gota. 

Dove  vai  ?  S’è  aperto  il  cielo. 

Egli  si  tocca  i  capelli  stillanti. 

Silvia  Settala. 

Bisogna  ch’io  esca.  Non  tarderò 
molto  a  ritornare.  C’è  Beata  di  là, 
che  piange  perchè  voleva  venire  con 
me.  Va  a  consolarla  dille  che  le 
porterò  forse  una  cosa  bella. 

Lucio  con  un  atto  repentino  la 
prende  per  le  mani  e  la  guarda  fis¬ 
samente  negli  occhi. 


D’Annunzio,  La  Gioconda. 


9 


130 


LA  GIOCONDA 


Silvia  Settala,  padrona  della  sua  forza,  con 
un  accento  chiaro  e  fermo. 

Che  hai,  Lucio  ? 

Egli  abbassa  le  palpebre.  Ella  li¬ 
bera  le  mani,  scotendole  forte  come 
per  un  saluto.  La  tempra  della  sua 
volontà  squilla  nella  sua  voce  vivida. 

A  rivederci  !  Andiamo,  Francesca. 
È  ora. 

Esce  rapidamente,  seguita  dalla  so¬ 
rella.  Lucio  Settala  rimane  a  capo 
chino,  vacillante,  sotto  un  pensiero 
che  lo  folgora. 


ATTO  TERZO. 


Una  stanza  alta  e  spaziosa,  illuminata  da  un 
lucernario ,  coperta  di  tappezzerie  cupe.  Nella 
parete  del  fondo  è  un’apertura  rettangolare,  as¬ 
sai  più  larga  di  una  porta,  che  mette  nello  stu¬ 
dio  attiguo  dello  scultore.  Su  1’  architrave  sono 
fissi  alcuni  frammenti  del  fregio  fidiaco  delle  Pa- 
natenaiche;  contro  i  due  stipiti  sono  erette  due 
grandi  figure  alate  “vestite  di  vento,,:  la  Nike 
di  Samotracia  e  quella  scolpita  da  Pseonios  per 
il  tempio  dorico  di  Olimpia  consacrato  a  Zeus; 
occupa  il  vano  una  cortina  rossa. 

Nella  parete  destra,  una  porta  è  nascosta  da 
uaa  portiera  pesante  e  ricca;  nella  sinistra,  un 
uscioletto  a  muro  è  dissimulato  dalla  tappezzeria. 
Amplissimi  divani,  coperti  di  drappi  e  di  cuscini, 
ricorrono  in  torno.  Le  figure  sono  disposte  ad 
ai'te,  per  secondare  la  meditazione  e  il  sogno:  un 
fascio  di  spighe  in  un  vaso  di  rame  sta  innanzi 
ai  bassorilievo  eleusino  di  Demeter;  un  piccolo 
Pegaso  di  bronzo  su  uno  stelo  di  verde  antico 
sta  innanzi  alla  Medusa  Ludovisia. 

Il  sentimento  espresso  dall’aspetto  del  luogo  è 
diversissimo  da  quello  che  addolcisce  la  stanza 
dell’  altra  casa  in  vista  del  poggio  mistico.  La 
scelta  e  le  analogie  di  tutte  le  forme  rivelano 
qui  l’aspirazione  verso  una  vita  carnale,  vitto¬ 
riosa  e  creatrice.  Le  due  Messaggere  divine  sem¬ 
brano  agitare  e  ampliare  incessantemente  l’aria 
chiusa  con  la  foga  del  loro  volo  immenso. 


134 


LA  GIOCONDA 


SCENA  PRIMA, 

Silvia  Settala  è  nel  mezzo  della  stanza , 
in  piedi,  avendo  già  deposto  il  cappello,  il  man¬ 
tello,  i  guanti.  Sembra  ch’ella  cerchi  di  ricono¬ 
scere  le  cose,  quasi  di  rendersele  novamente  fa¬ 
miliari,  di  ristabilire  una  comunione  con  esse, 
di  non  sentirsi  estranea.  Ella  domina  la  sua  an¬ 
goscia,  sotto  gli  occhi  della  sorella.  PeancesCA 
Doni  s’è  seduta,  perchè  le  ginocchia  le  tremano 
e  il  cuore  le  batte  troppo  forte. 


Silvia  Settala,  guardando  intorno. 

E  strano:  sembra  più  grande.... 

Francesca  Doni. 


Che  cosa? 


ATTO  TERZO,  SCENA  PRIMA  135 


Silvia  Settala. 

La  stanza.  Non  sembra  più  la 
stessa.... 

Ella  guarda  intorno,  con  l’aspetto 
di  chi  respiri  un’aria  insolita.  Un  in¬ 
tervallo  di  silenzio. 

Francesca  Doni,  vigilante. 

« 

Hai  chiusa  la  porta? 

Silvia  Settala. 

Sì,  Tho  chiusa. 

Francesca  Doni. 

Si  sentirà  aprire.... 

Silvia  Settala. 

Hai  paura?  Non  è  Fora.  Fra  un 
minuto,  vattene. 

Francesca  Doni. 


Dove? 


136 


LA  GIOCONDA 


Silvia  Settala. 

Vuoi  aspettarmi  nella  vettura?  su 
la  strada? 

Francesca  Doni. 

.  No,  è  impossitìle.  Vorrei  rimaner 
qui,  stare  più  vicina....  Se  potessi 
nascondermi  ! 

Silvia  Settala. 

Nasconderti,  qui?  No.  Bisogna  ch’io 
sia  sola. 

Francesca  Doni. 

Abbi  pietà  di  me!  Morrei  d’am¬ 
bascia. 

Silvia  Settala. 

Attendi.  Ci  dev’essere  là  un’uscita 
segreta. 

Seguendo  il  ricordo ,  va  verso  il 
muro  dov’è  l’uscio  dissimulato;  cerca, 
trova,  apre.  Un’  onda  di  luce  la  in¬ 
veste. 


137 


ATTO  TEEZO,  SCENA  PRIMA 

Vedi?  Si  passa  di  qui  nella  stanza 
dei  modelli,  poi  in  un  corridoio.  In 
fondo  al  corridoio  v’è  una  porta  che 
mette  sul  Mugnone.  Vuoi  passare 
di  qui? 

Francesca  Doni. 

Sì;  ma  lascia  ch’io  rimanga  nella 
stanza  o  nel  corridoio,  ad  aspettare. 
Aspetterò  che  tu  mi  chiami. 

Silvia  Settata. 

Certo,  aspetterai  ch’io  ti  chiami? 

Francesca  Doni. 

Sì,  te  lo  prometto. 

Silvia  Settata. 

Non  aver  paura.  Vedi?  C’è.il  sole 
su  le  vetrate. 

Entrambe  guardano  per  l’uscio  se¬ 
miaperto.  Il  chiarore  interno  illumina 
i  loi'o  volti.  Una  striscia  luminosa  si 
allunga  sul  pavimento. 


138 


LA  GIOCONDA 


Francesca  Doni. 

Non  piove  piti.  Guarda  quante  pri¬ 
mavere  su  l’argine  ! 

Silvia  Settala. 

Va  ad  aspettarmi  su  l’argine,  al¬ 
l’aria  aperta:  va. 

Francesca  Doni. 

C’è  un  povero  cavallo  malato,  con 
le  gambe  nell’ acqua.  Vedi?  E  le 
rondini  volano  rasente....  Penso  una 
cosa. 

Ella  trasale  e  si  volge  subitamente 
indietro  spiando  le  pieghe  immobili 
della  portiera. 

Silvia  Settala. 

Che  hai? 

Francesca  Doni. 

Mi  pareva  d’aver  sentito.... 

Entrambe  tendono  F  orecchio. 


ATTO  TERZO,  SCENA  PRIMA 


139 


Silvia  Settala. 

No,  t’inganni.  È  ancora  presto. 
E  poi,  la  porta  della  scala  fa  un 
gran  rumore  quando  si  ricliiiide.... 
Non  hai  sentito  dianzi?  Le  mura  tre¬ 
mavano. 

Francesca  Doni,  implorando. 

Silvia  ! 

Silvia  Settala. 

Che  hai,  ora? 

Francesca  Doni. 

Ascoltami.  Sei  ancora  in  tempo. 
Vieni  via,  vieni  via,  almeno  per  oggi! 
Fa  una  prova,  almeno.  Ella  saprà 
che  tu  sei  stata  qui.  Parleremo  di 
nuovo  col  custode.  Tu  dovresti  anzi 
lasciar  qui  qualche  segno,  dimenti¬ 
care  un  guanto,  per  esempio....  Ella 
comprenderà,  non  tornerà  piu. 


140 


LA  GIOCONDA 


Silvia  Settala. 

Basterà  un  guanto  ?  Ah  come  tutto 
è  facile  pel  tuo  cuore  ! 

Ella  guarda  novamente  in  giro , 
con  una  segreta  disperazione. 

Non  c’è  piti  nulla  di  me,  qui. 

La  sorella  rimane  presso  1’  uscio 
semichiuso,  con  la  persona  illuminata 
a  metà  dal  riflesso  vivo.  Silvia  dà 
qualche  passo  nella  stanza.  Un  inter¬ 
vallo  di  silenzio. 

Tutto  sembra  più  grande,  più  alto, 
più  oscuro.... 

Francesca  Doni. 

E  l’ombra  che  t’illude.  C’è  poca 
luce.  Bisogna  tirare  la  tenda  del  lu¬ 
cernario. 

Silvia  Settala. 

No;  meglio  così. 

Ella  seguita  a  guardare  per  ogni 
angolo,  come  cercando  una  traccia. 


ATTO  TERZO,  SCATTA  PRIMA  141 


Dimmi.... 

L’emozione  le  tronca  la  voce. 

Quella  sera  ti  vennero  a  chiamare, 
tu  accorresti.  Tu  ti  trovasti  qui,  nella 
prima  ora.... 

Esita. 

Dove  fu  ?  Ti  ricordi  in  che  posto  ? 

Francesca  Doni. 

Di  là,  nello  studio,  sotto  la  sta¬ 
tua....  No,  non  andare! 

Silvia  si  volge  verso  la  cortina 
rossa  che  pende  tra  le  due  Vittorie. 
Ai  suoi  piedi,  come  una  linea  divi¬ 
siva,  si  allunga  la  sottile  zona  di  sole. 

Silvia  Settala,  sommessamente. 

La  statua  è  là. 

Francesca  Doni. 

Non  andare! 

Silvia  rimane  per  alcuni  attimi 
immobile  e  muta  davanti  alla  cor¬ 
tina  chiusa,  da  cui  la  separa  la  zona 
lucente. 


142 


LA  GIOCONDA 


Non  andare  ! 

Silvia  fa  un  passo,  di  là  dai  raggi, 
quasi  con  impeto,  come  per  varcare 
un  ostacolo;  con  un  gesto  rapido 
solleva  un  lembo  ,  s’ insinua  tra  le 
pieghe ,  sparisce.  La  cortina  si  ri¬ 
chiude  dietro  di  lei,  grave  e  folta. 
Alcuni  attimi  di  silenzio,  in  cui  non 
s’ode  se  non  il  respiro  affannato  della 
sorella.  D’ improvviso  ,  per  entro  al 
cupo  colore  di  porpora ,  riappare  la 
faccia  pallidissima  dell’ eroina  ,  che 
sembra  irradiata  dal  lume  dell’opera 
sovrana.  Anche  le  sue  mani  ignude, 
che  separano  i  lembi ,  sembrano  ri¬ 
splendere  sul  cupo  colore.  1  suoi  oc¬ 
chi  restano  intenti ,  allargati  dalla 
meraviglia,  abbagliati  non  da  una 
visione  di  morte  ma  da  una  imagine 
di  vita  perfetta.  Trema  nelle  orbite 
l’indizio  d’ un’onda  saliente.  Due  me¬ 
ravigliose  lacrime  si  formano -a  poco 
a  poco  nel  cavo,  brillano,  sgorgano, 
solcano  le  gote.  Prima  che  giungano 
alla  bo'cca,  -élla  le  arresta  con  le  dita, 
le  diffonde  su  la  faccia,  quasi  per  la¬ 
varsene  come  d’una  rugiada  lustrale  ; 
poiché  non  dal  ricordo  o  dalla  trac¬ 
cia  del  sanguinoso  fatto  umano  ella 


ATTO  TERZO,  SCENA  PRIMA 


143 


è  commossa  ma  dairapparizione  del¬ 
l’opera  bella,  immune  e  sola.  Ella  ha 
ricevuto  il  benefizio  sommo  della  Bel¬ 
lezza:  la  tregua  della  sua  angoscia, 
la  pausa  dei  suoi  timori.  La  folgore 
sublime  della  gioia  ha  traversata  la 
sua  anima  sanandola  per  qualche  at¬ 
timo,  rendendola  cristallina  come  le 
lacrime.  Non  sono  queste  sue  lacrime 
se  non  l’offerta  ardente  e  muta  del¬ 
l’anima  al  Capolavoro, 

Silvia,  Silvia,  tu  piangi  ! 

Silvia  Settala,  sommessamente,  col  segno 

del  silenzio. 

Taci. 

Ella  si  distacca  dalla  cortina.  In¬ 
terroga  sommessamente. 

LTai  veduta?  LTai  veduta? 

Francesca  DoisU,  fran tendendo,  con  uii 

sussulto. 

Chi?  lei?  È  là? 

SlLYlA  SeTTALA 

No;  la  statua.... 


144 


LA  G [OCX) NBA 


La  sorella  accenna  . di  sì.  Ella  fa 
un  gesto  che  esprime  il  suo  abba¬ 
gliamento.  S’  ode  il  rumore  d’  una 
porta  pesante  che  si  richiude.  En¬ 
trambe  sobbalzano.  . 

Eccola!  Vattene,  vattene. 

Fkancesca  Doni,  tendendo  le  braccia  verso  di 
lei  con  un’  ultima  implorazione  angosciosa. 

Oh,  sorella  mia  ! 

Silvia  Settala,  ritrovando  l’energia  primitiva. 

Vattene!  Non  temere. 

Ella  sospinge  la  sorella  per  l’aper¬ 
tura;  richiude  l’uscio.  La  zona  di  sole 
sparisce;  la  stanza  torna  nell’ombra 
eguale. 


ATTO  TERZO,  SCENA  SECONDA  145 


SCENA  SECONDA. 

Silvia  Settala  si  tiene  in  piedi,  con  la  fac¬ 
cia  rivolta  verso  la  porta,  con  lo  sguardo  fisso  , 
quasi  irrigidita  nell’  aspettazione.  In  mezzo  al- 
l’ alto  silenzio  s’ ode  distintamente  stridere  la 
chiave  che  apre.  L’aspettante  non  muta  attitu¬ 
dine.  Una  mano  solleva  la  portiera.  Entra  GIO¬ 
CONDA  Dianti,  richiudendo  la  porta  dietro  di  sè. 
Da  prima ,  ella  non  scorge  1’  avversaria ,  poiché 
viene  dalla  luce  nell’ombra  e  un  velo  denso  le 
nasconde  tutto  il  viso.  Quando  la  scorge,  s’arre¬ 
sta  con  un  grido  soffocato.  Entrambe  rimangono 
per  alcuni  attimi  l’una  di  fronte  all’altra,  senza 
parlare. 


Silvia  Settala,  con  un  accento  fermo  e  chiaro, 
ma  scevro  di  risentimento  o  di  minaccia. 


Io  sono  Silvia  Settala. 


La  rivale  tace,  sempre  velata.  Una 
pausa. 

Voi? 


D’Annunzio,  La  Gioconda. 


10, 


146 


LA  GIOgONXiA 


Gioconda  Dianti,  a  voce  bassa. 

Non  lo  sapete,  signora  ? 

Silvia  Settala,  sempre  contenendosi. 

So  soltanto  che  voi  siete  entrata 
qui  come  in  un  luogo  che  vi  appar¬ 
tenga.  Mi  trovate  qui  sicura  come 
nella  mia  casa.  Una  di  noi  due 
usurpa,  dunque,  il  diritto  dell’altra; 
una  di  noi  due  è  l’intrusa.  Quale? 

Una  pausa. 

Io,,  forse? 

Gioconda  Dianti,  sempre  chiusa  nel  velo  e  a 
voce  bassa,  come  per  attenuare  la  sua  audacia. 

Forse. 

Silvia  Settala  si  fa  anche  più  pal¬ 
lida  e  vacilla  un  poco,  come  chi  ri¬ 
ceva  un  colpo  a  dentro. 

Silvia  Settala,  risollevandosi,  vibrante  di 

sdegno. 

Ebbene,  v’è  una  donna  die  ha 


ATTO  TERZO,  SCENA  SECONDA 


147 


attirato  un  uomo  nella  sua  rete  con 
le  peggiori  lusinghe;  che  lo  ha  strap¬ 
pato  alla  pace  della  casa,  alla  no¬ 
biltà  dell’arte,  alla  gentilezza  di  un 
sogno  da  lui  nutrito  per  anni  col 
fiore  della  sua  forza;  che  lo  ha  tra¬ 
volto  in  un  delirio  torbido  e  violento 

* 

dov’egli  ha  smarrito  ogni  senso  di 
bontà  e  di  giustizia;  che  gli  ha  in¬ 
flitto  i  tormenti  piu  acuti  che  possa 
mai  inventare  la  crudeltà  d’un  car¬ 
nefice  malato  di  tedio  ;  che  lo  ha 
esausto  e  inaridito  tenendogli  accesa 
di  continuo  nelle  vene  una  febbre 
perversa;  che  gli  ha  resa  intollera¬ 
bile  la  vita,  che  gli  lia  armata  la 
mano,  che  lo  ha  spinto  a  uccidersi; 
che  infine  lo  ha  saputo  moribondo 
per  giorni  e  giorni  sopra  un  letto 
lontano,  intorno  a  cui  si  combatteva 
una  lotta  senza  tregua  contro  la 


148 


LA  GIOCONDA 


morte;  e  che  non  ha  avuto  rimorso, 
non  pietà,  non  vergogna,  ma  è  rien¬ 
trata  nel  luogo  sinistro  prima  che 
il  sangue  fosse  lavato,  meditando  di 
riattaccarsi  alla  preda,  aspettandola 
di  nuovo  al  varco,  calcolando  a  uno 
a  uno  gli  effetti  della  sua  temerità 
e  della  sua  tenacia,  promettendosi 
il  piacere  di  una  nuova  mina.  V’è 
una  donna  che  ha  fatto  questo;  che 
ha  detto  :  —  Una  forte  e  nobile 
vita  fioriva  liberamente  nel  mondo: 
io  l’ho  abbrancata,  l’ho  piegata,  l’ho 
abbassata,  poi  l’ho  troncata  d’ un 
colpo.  Ho  creduto  di  averla  distrutta 
per  sempre.  Ed*  ecco  che  essa  ri¬ 
germoglia,  si  rinnova,  si  rialza,  può 
rifiorire!  Ecco  che  intorno  a  lei  le 
ferite  si  chiudono,  il  dolore  si  calma, 
la  speranza  risorge,  può  sorridere 
la  gioia!  Patirò  io  un  tal  sopruso? 


ATTO  TEKZO,  SCENA  SECONDA  149 

Mi  lascerò  io  così  deludere  ?  No.  Io 
ricomincerò,  ritenterò,  avrò  ragione 
d’ogni  resistenza,  sarò  implacabile. 
—  V’è  una  donna  che  ha  promesso 
questo  a  se  medesima,  che  ha  im¬ 
pugnata  la  sua  volontà  come  uha' 
scure,  che  è  pronta  a  vibrare  i  nuovi 
colpi  sorridendo.  La  conoscete  voi? 
Ella  è  entrata  qui  col  viso  coperto, 
ha  parlato  con  una  voce  sorda,  ha 
proferito  dianzi  una  parola  gelida, 
calcolando  pur  sempre  su  la  sua 
audacia  e  su  l’altrui  remissione.  La 
conoscete  ? 

Gioconda  DiaNTI,  senza  mutare  il  modo. 

Quella  che  io  conosco  è  diversa. 
Soltanto  perchè  è  triste  dinanzi  a 
voi  ,  ella  parla  a  voce  bassa.  Ri¬ 
spetta  il  grande  e  doloroso  amore 
che  vi  fa  vivere  ;  ammira  la  virtù. 


150 


LA  GIOCONDA 


die  v’inalza.  Mentre  parlavate,  com¬ 
prendeva  bene  che  soltanto  per  con¬ 
solare  un’  indicibile  disperazione  la 
vostra  parola  figurava  un’imagine 
cosi  diversa  della  persona  vera.  Non 
v’  è  nulla  d’ implacabile  in  lei  ;  ma 
ella  stessa  obbedisce  a  una  potenza 
che  può  essere  implacabile. 

Silvia  SettaLA,  amara  e  altiera. 

% 

So  che  siete  esperta  in  tutti  i  lin¬ 
guaggi. 

Gioconda  Diantl 

Che  giova  questa  durezza  ?  Le  vo¬ 
stre  prime  parole  avevano  un  altro 
suono;  e  pareva,  quando  voi  mi  avete 
rivolta  una  domanda,  che  voleste  co¬ 
noscere  semplicemente  la  verità. 

Silvia  Settala. 

E  quale  è  dunque  la  vostra  verità? 


atto  terzo,  scena  seconda  151 


Gioconda  Diantì. 

La  verità  che  vale,  dinanzi  a  noi, 
è  una  sola:  verità  d’amore.  Voi  lo 
sapete.  Ma  temo  di  ferire. 

Silvia  Gettala.  * 

Non  temete  di  ferire.  . 

Gioconda  Diantì. 

La  donna,  a  cui  faceste  tante  ac¬ 
cuse,  fu  ardentemente  amata  e  — 
soffrite  ch’io  lo  dica!  —  d’un  glo¬ 
rioso  amore.  Ella  non  abbassò  ma 
esaltò  una  vita  forte.  E  poiché  l’ul¬ 
tima  voce  ch’ella  udì,  poche  ore  pri¬ 
ma  che  si  compiesse  l’atto  terribile, 
l’ultima  fu  di  amore,  ella  crede  d’es¬ 
sere  ancora  amata.  E  questa  è  la 
verità  che  vale.- 

Silvia  Gettala,  perdutamente. 
S’inganna,  s’inganna..*.  V’ingan- 


152 


LA  GIOCONDA 


nate!  Egli  non  vi  ama  più,  non  vi 
ama  più  ;  forse  non  vi  ha  amata  mai. 
Non  fu  amore  il  suo  ma  attossica- 
zione,  ma  servitù  atroce,  demenza 
e  arsura.  Quando  egli  soffriva  sul 
’  suo  guanciale  ,  il  ricordo  gli  pas¬ 
sava  di  tratto  in  tratto  negli  occhi 
come  un  baleno  di  terrore.  Piangendo 
ai  miei  piedi,  egli  ha  benedetto  il 
sangue  che  è  valso  a  riscattarlo.... 
Non  vi  ama,  non  vi  ama  ! 

Gioconda  Dianti. 

H  vostro  amore  grida  come  un  nau¬ 
frago. 

Silvia  Settala. 

Non  vi  ama!  Siete  stata  per  lui 
come  Fassillo,  riavete  reso  furente, 
l’avete  spinto  alla  morte.... 

4 

Gioconda  Dianti. 

Non  io,  non  io  l’ho  Ipinto  alla 


ATTO  TBKZO,  SCENA  SECONDA  153 

morte  ;  ma  voi  stessa.  Si,  per  riscat¬ 
tarsi  da  un  vincolo  egli  ha  voluto 
morire,  ma  non  da  quello  che  mi  le¬ 
gava  a  lui;  da  un  altro,  dal  vostro, 
da  quello  che  gli  imponeva  la  vostra 
virtù  0  la  vostra  legge  e  che  lo  fa¬ 
ceva  soffrire  intollerabilmente. 

Silvia  Settala. 

I 

Ah,  non  v’è  nulla  che  voi  non  osiate 
travolgere  !  Da  lui,  dalla  sua  bocca, 
in  un’ora  in  cui  tutta  la  sua  anima 
era  alzata  nella  luce,  da  lui  io  Fho 
udito:  —  Se  la  violenza  è  valsa  a 
spezzare  un  giogo,  sia  benedetta  !  — 
Da  lui  io  l’ho  udito,  quando  tutta  la 
sua  anima  si  riapriva  nella  verità. 

i 

Gioconda  Dianti. 

Ma  qui,  poche  ore  prima  ch’egli  ce¬ 
desse  all’orribile  pensiero,  qui  —  tutte 


154 


LA  GIOCONDA 


queste  cose  ne  sono  testimoni  —  egli 
mi  parlò  le  più  ardenti  e  le  più  dolci 
parole  ch’ebbe  il  suo  amore;  qui  mi 
chiamò  anche  una  volta  vita  della  sua 
vita;  qui  mi  disse  anche  una  volta  il 
suo  sogno  d’oblio,  di  libertà,  di  arte, 
di  gioia.  E  qui  mi  disse  la  sua  in¬ 
sofferenza  del  legame,  il  peso  inevi¬ 
tabile  della  bontà,  più  crudele  d’ogni 
altro,  e  l’orrore  del  supplizio  coti- 
diano,  la  ripugnanza  a  rientrare  nella 
casa  del  silenzio  e  delle  lacrime,  la  ri¬ 
pugnanza  ornai  divenuta  invincibile.... 

Silvia  Settala. 

No,  no!  Mentite. 

Gioconda  Di  ante 

Per  sfuggire  a  queU’angoscia,  una 
sera  che  tutto  gli  parve  più  triste  e 
più  muto,  egli  cercò  la  morte.... 


ATTO  TEKZO,  SCENA  SECONDA  155 


Silvia  Settala. 

Mentite!  Mentite!  Io  ero  lontana. 

Gioconda  Dianti. 

E  voi  nìi  accusate  d’ avergli  in¬ 
flitto  un  tormento  infame,  d’essere 
stata  il  suo  carnefice!  Ah,  le  vostre 
mani  soltanto,  le  vostre  mani  di  bontà 
e  di  perdono,  gli  preparavano  ogni 
sera  un  letto  di  spine  ove  egli  non 
volle  più  distendersi.  Ma,  quando  egli 
entrava  qui  dove  io  l’attendeva  come 
si  attende  il  dio  che  crea,  era  trasfigu¬ 
rato.  Egli  ritrovava  dinanzi  alla  sua 
opera  la  forza,  la  gioia,  la  fede.  Sì, 
una  febbre  continua  gli  ardeva  il  san¬ 
gue,  tenuta  accesa  da  me  (e  questo 
è  tutto  il  mio  orgoglio);  ma  al  fuoco 
di  quella  febbre  egli  ha  foggiato  un 
capolavoro. 

Indica  col  gesto  la  sua  statua 
che  la  cortina  nasconde. 


166 


LA  GIOCONDA 


Silvia  Settala. 

Non  è  il  primo  ;  non  sarà  rultinio. 

Gioconda  Dianti. 

Certo,  non  sarà  Fui  timo  ;  poiché 
un  altro  è  pronto  a  balzare  dal  suo 
viluppo  di  creta,  un  altro  ha  palpi¬ 
tato  già  sotto  il  pollice  animatore, 
un  altro  è  là  semivivo,  e  attende 
d’attimo  in  attimo  che  il  miracolo* 
dell’arte  lo  tragga  intero  alla  luce. 
Ah  voi  non  potete  comprendere  que¬ 
sta  impazienza  della  materia  a  cui  fu 
promesso  il  dono  della  vita  perfetta! 

Silvia  Settala  si  volge  verso  la 
cortina;  fa  qualche  passo,  lentamente, 
con  l’apparenza  d’un  atto  involonta¬ 
rio,  quasi  che  obbedisca  a  un’attra¬ 
zione  misteriosa. 

È  là;  la  creta  è  là.  Quel  primo 
spiracolo  ch’egli  vi  aveva  infuso,  io 


ATTO  TEEXO,  SCENA  SECONDA 


157 


riio  conservato  di  giorno  in  giorno 
come  si  bagna  il  solco  dov’è  il  seme 
profondo.  Non  Tlio  lasciato  perire. 
L’impronta  è  là,  intatta.  L’ultimo 
tocco,  che  vi  pose  la  sua  mano  fe- 
brile  nell’  ultima  ora ,  è  là  visi¬ 
bile,  energico  e  fresco  come  di  ieri, 
tanto  potente  che  la  mia  ‘speranza 
in  mezzo  alla  frenesia  del  dolore  vi 
si  affisò  come  a .  un  suggello  di  vita 
e  ne  prese  forza.' 

Silvia  Settala  s’  arresta  dinanzi 
alla  cortina,  come  la  prima  volta;  e 
,vi  rimane  immobile  e  muta. 

Sì,  è  vero,  voi  eravate  intanto  al 
capezzale  del  moribondo,  protesa  in 
una  lotta  senza  tregua  per  strapparlo 
alla  morte;  e  per  questo  foste  invi¬ 
diata,  e  per  questo  siate  lodata  in 
eterno.  Voi  avevate  la  lotta,  l’agi¬ 
tazione,  lo  sforzo:  avevate  da  com- 


158 


LA  GIOCONDA 


piere  qualche  cosa  che  vi  pareva 
sovrumana  e  che  vi  dava  Tebrezza. 
Io,  sotto  il  divieto,  nella  lontananza 
e  nella  solitudine,  non  potevo  se  non 
raccogliere  é  stringere  —  con  tutta 
la  volontà  contratta  —  il  mio  dolore 
in  un  vóto.  La  mia  fede  era  pari  alla 
vostra;  certo,  si  collegò  con  la  vo¬ 
stra  contro  la  morte.  L’ultima  favilla 
creatrice  partita  dal  suo  genio,  dal 
fuoco  divino  che  è  in  lui,  io  non  l’ho 
lasciata  estinguere ,  io  l’ ho  tenuta 
sempre  viva,  con  una  vigilanza  re¬ 
ligiosa  e  ininterrotta....  Ah,  chi  può 
dire  fin  dove  sia  giunta  la  forza  pre- 
servatrice  di  un  tal  vóto? 

• 

Silvia  Settala  fa  Patto  di  volgersi 
con  violenza,  come  per  rispondere;  ma 
^i  trattiene. 

Lo  so,  lo  so:  è  ben  semplice  e 
facile  quel  che  lo  ho  fatto;  lo  so:  non 


ATTO  TEEZO,  SCENA  SECONDA 


159 


è  uno  sforzo  eroico,  è  l’umile  com¬ 
pito  di  un  manovale.  Ma  non  è  l’atto 
quel  che  importa.  Quel  che  importa 
è  lo  spirito  con  cui  l’atto  si  compie; 
quel  che  solo  importa  è  il  fervore. 
Nulla  è  più  sacro  dell’opera  che  co¬ 
mincia  a  vivere.  Se  il  sentimento  con 
cui  io  l’ho  custodita  può  rivelarsi  alla 
vostra  anima,  andate  e  guardate  !  Per¬ 
chè  l’opera  sèguiti  a  vivere  è  neces¬ 
saria  la  mia  presenza  visibile.  Rico¬ 
noscendo  questa  necessità,  voi  com¬ 
prenderete  come  io  nel  rispondere 
^  forse  „  a  una  vostra  domanda  ho 
voluto  rispettare  un  dubbio  che  po¬ 
teva  essere  in  voi  ma  che  non  era 
in  me,  che  non  è  in  me.  Voi  non 
potete  sentirvi  sicura  qui  come  nella 
vostra  casa.  Questa  non  è  una  casa. 
Gli  affetti  familiari  non  hanno  qui  la 
loro  sede;  le  virtù  domestiche  non 


160 


LA  SIOCONBA 


hanno  qui  il  loro  sacrario.  Questo  è 
un  luogo  fuori  delle  leggi  e  fuori  dei 
diritti  comuni.  Qui  uno  scultore  fa 
le  sue  statue.  Vi  sta  egli  solo  con  gli 
strumenti  della  sua  arte.  Ora  io  non , 
sono  se  non  uno  strumento  delFarte 
sua.  La  Natura  mi  ha  mandato  verso 
di  lui  per  portargli  un  messaggio  e 
per  servirlo.  Obbedisco  ;  lo  attendo 
per  servirlo  ancora.  S’egli  ora  en¬ 
trasse,  potrebbe  riprendere  l’opera 
interrotta  che  aveva  incominciato  a 
vivere  sotto  le  sue  dita.  Andate  e 
guardate  ! 

Silvia  Settala  è  rimasta  dinanzi 
alla  cortina,  senza  avanzare.  Un  tre¬ 
mito  sempre  più  forte  le  scuote  la 
persona,  indizio  della  grande  agita¬ 
zione  interiore;  mentre  le  parole  della 
rivale  si  fanno  sempre  più  pronte  e 
stringenti,  divenendo  alla  fine  lim¬ 
pide  e  ostili.  D’ improvviso  ella  si 
volge,  anelante,  impetuosa,  risoluta 
alle  difese  estreme. 


ATTO  TBEZO,  SCENA  SECONDA  161 


Silvia  Gettala. 

No.  E  inutile.  Troppo  abili  pa¬ 
role.  Voi  siete  esperta  in  tutti  i  lin¬ 
guaggi.  Trasfigurate  in  un  atto'  di 
amore  e  di  fede  quel  che  non  è  se 
non  un  accorgimento  e  un’insidia. 
L’opera  che  fu  interrotta  doveva.per- 
dersi.  Con  la  mano  medesima  che 
aveva  impresso  nella  creta  il  segno 
di  vita,  con  la  mano  medesima  egli 
strinse  l’arma  e  la  rivolse  contro  il 
suo  cuore.  Egli  non  dubitò  di  met¬ 
tere  tra  sè  e  la  sua  opera  il  più 
oscuro  degli  abissi.  La  morte  è  pas¬ 
sata  di  là,  e  ha  reciso  ogni  legame. 
Quel  che  fu  interrotto  sarà  perduto. 
Ora  egli  è  rinato,  è  un  uomo  nuovo, 
aspira  ad  altre  conquiste.  Nei  suoi 
occhi  si  è  fatta  una  nuova  luce;  la 
sua  forza  è  impaziente  di  creare  altre 


D’Annunzio,  La  Gioconda. 


11 


162 


LA  GIOCONDA 


forme.  Tutto  quel  che  è  dietro  di  lui, 
tutto  quel  che  è  di  là  dalFombra,  non 
ha  più  alcun  potere  e  alcun  pregio. 
Che  mai  gii  importa  che  una  vec¬ 
chia  creta  cada  in  polvere  ?  Egli  Fha 
dimenticata.  Ne  troverà  della  più  re¬ 
cente  per  infondervi  il  soffio  della 
sua  rinascenza,  per  modellarla  a  ima- 
gine  deiridea  che  oggi  l’ infiamma. 
Giù,  la  vecchia  creta  !  Come  potete 
voi  mostrarvi  convinta  d’esser  neces¬ 
saria  alla  sua  arte  ?  Nessuno  è  ne¬ 
cessario  alFuomo  che  crea.  Tutto  con¬ 
verge  in  lui.  Dite  che  la  Natura  vi 
ha  mandato  verso  di  lui  per  portar¬ 
gli  un  messaggio.  Ebbene  egli  lo  ha 
accolto,  lo  ha  compreso  ed  ha  rispo¬ 
sto  con  una  espressione  sublime.  Che 
altro  potrebbe  egli  trarre  da  voi  ?  Che 
altro  potreste  voi  dargli  ?  Non  è  con¬ 
cesso  toccare  due  volte  il  medesimo 


ATTO  TERZO,  SCENA  SECONDA  .  163 

vertice,  compiere  due  volte  il  mede¬ 
simo  prodigio.  Voi  siete  rimasta  di 
là,  di  là  dall’ ombra,  lontana,  sola,  su 
la  vecchia  terra.  Egli  va  ora  verso 
le  terre  nuove,  dove  riceverà  altri 
messaggi.  La  sua  forza  sembra  ver¬ 
gine,  e  la  bellezza  del  mondo  è  in¬ 
finita. 

Gioconda  Dianti,  sconvolta  da  queir  inatteso 
impeto  che  la  respinge,  divenendo  più  acre,  esal¬ 
tando  il  suo  orgoglio,  assumendo  un’aria  di  sfida. 

Io  sono  viva  e  sono  presente;  ed 
egli  ha  trovato  in  me  piu  d’un  aspetto, 
e  mi  inebriano  ancora  le  parole  ch’egli 
diceva  per  significare  la  sua  visione 
diversa  ogni  mattina  quando  gli  riap¬ 
parivo.  Fino  a  ieri,  certo,  egli  ha 
ignorata  la  mia  attesa  ;  e  la  sua  in¬ 
consapevolezza  vi  ha  illusa.  Ma  oggi 
egli  sa.  Comprendete?  Egli  sa  che 
io  sono  qui,  che  io  battendo.  Sta- 


164 


LA  GIOCONDA 


mani  una  lettera  glie  lo  ha  rivelato, 
una  lettera  che  è  giunta  nelle  sue 
mani,  ch’egli  ha  letta.  E  io  sono 
sicura,  comprendete?,  sono  sicura 
ch’egli  verrà.  Forse  è  in  cammino, 
forse  è  presso  la  porta.  Volete  che 
lo  attendiamo? 

Una  straordinaria  mutazione  altera 
il  volto  di  Silvia  Settala.  Sembra 
che  qualche  cosa  di  insolito  e  di  or¬ 
ribile  accada  entro  di  lei.  Ella  è 
come  chi  a  un  tratto  si  senta  affer¬ 
rare  da  una  spira  e  si  torca  nel  ri¬ 
brezzo  e  nel  fascino  serpentino,  per¬ 
dutamente.  La  fatalità  antica  della 
menzogna  assale  d’improvviso  l’anima 
della  donna  pura,  la  vince  e  la  con¬ 
tamina.  Alle  ultime  parole  della  ne¬ 
mica  ella  rompe  in  un  riso  inaspet¬ 
tato,  amaro,  atroce,  provocatore,  che 
la  rende  irriconoscibile.  Gioconda 
Dianti  ne  rimane  sopraffatta. 

•  Silvia  Settala. 

Basta,  basta.  Troppe  parole.  Il 


ATTO  TEEZO,  SCENA  SECONDA 


^5 


gioco  è  durato  già  troppo.  Ali  la  vo¬ 
stra  sicurezza,  il  vostro  orgoglio!  Ma 
come  avete  potuto  credere  ch’io  sia 
venuta  qui  per  contrastarvi  la  porta, 
per  vietarvi  il  passo,  per  mettermi 
di  fronte  alla  vostra  audacia,  senza 
che  una  sicurezza  ben  piu  salda  della 
vostra  mi  athdi?  La  conosco  la  vostra 
lettera  di  stamani,  mi  fu  mostrata, 
non  so  se  con  piu  stupore  o  con  piu 
disgusto. 

Gioconda  Dianti,  sopraffatta. 

No,  non  è  possibile! 

Silvia  Settala. 

Sì,  così  è.  La  risposta,  io  ve  la 
porto.  Lucio  Settala  ha  perduta  la 
memoria  di  quel  che  fu  e  chiede  d’es¬ 
sere  lasciato  in  pace.  Egli  spera  che 
il  vostro  orgoglio  v’impedirà  di  di¬ 
venire  importuna. 


166 


LA  GIOCONDA 


Gioconda  Dianti,  fuori  di  sè. 

Egli  vi  manda?  egli  stesso?  E 
la  sua  risposta?  la  sua? 

Silvia  Settala. 

La  sua,  la  sua.  Io  vi  avrei  rispar¬ 
miata  questa  durezza,  se  non  m’a¬ 
veste  costretta.  Vogliate  ora  uscire. 

Gioconda  Dianti^  con  la  voce  rauca  di  collera 

e  di  onta. 

Sono  scacciata? 

Il  furore  la  soffoca  e  le  dà  un  fre¬ 
mito  gagliardo.  Sembra  che  si  svegli 
in  lei  la  fiera  vendicativa  e  devasta¬ 
trice.  Pel  suo  corpo  pieghevole  e  pos¬ 
sente  passa  quella  forza  medesima 
che  contrae  le  musculature  micidiali 
dei  felini  in  agguato.  Il  velo,  ch’ella 
ha  sempre  tenuto  sul  volto  come  una 
maschera  fosca,  rende  più  formida¬ 
bile  l’attitudine  della  persona  pronta 
a  nuocere  in  qualunque  modo  e  con 
qualunque  arma. 


ATrO  TERZO,  SCENA  SECOJTDA 


•  167 


Scacciata? 

Silvia  Settala  sta  convulsa  e  livida 
dinanzi  alla  donna  furibonda;  e  non 
lo  spettacolo  di  quel  furore  la  sbigot¬ 
tisce,  ma  qualche  cosa  ch’ella  guarda 
dentro  di  sè,  qualche  cosa  di  orribile 
e  d’irreparabile  ;  la  sua  menzogna. 

Ah,  a  questo  voi  l’avete  condotto! 
In  che  modo?  in  che  modo?  Fascian¬ 
dogli  di  cotone  l’ anima  come  la  fe¬ 
rita?  medicandogdiela  con  le  vostre 
mani  molli  ?  Egli  è  disfatto,  è  finito, 
è  un  cencio  inutile.  Comprendo;  ora 
comprendo.  Povero  lui  !  Povero  lui  ! 
Ah,  perchè  non  è  morto ,  piuttosto 
che  sopravvivere  all’ anima  sua?  Egli 
è  finito  dunque  ;  è  un  povero  men¬ 
tecatto  che  voi  condurrete  per  mano 
nelle  strade  solitarie.  Tutto  è  di¬ 
strutto  ,  tutto  è  perduto.  La  sita 
fronte  non  si  solleva  piu,  il  suo  oc¬ 
chio  è  spento.... 


168 


LA  GIOCONDA 


Silvia  Settala,  interrompendola. 

Tacete!  Tacete!  Egli  è  vivente 
e  forte,  e  non  ebbe  mai  in  sè  tanta 
luce.  Dio  sia  lodato! 

Gioconda  Dianti,  frenetica. 

a 

Non  è  vero.  Io,  io  ero  la  sua  forza, 
la  sua  giovinezza,  la  sua  luce.  Di¬ 
teglielo  !  Diteglielo  !  Egli  è  divenuto 
vecchio;  da  oggi  è  vecchio  e  fiacco 
e  senz’anima.  Io  porto  via  con  me, 
diteglielo!,  tutto  quel  che  era  in  lui 
di  piu  libero,  di  più  ardente  e  di 
più  fiero.  Il  sangue  che  versò  là, 
sotto  la  mia  statua,  fu  l’ultimo  san¬ 
gue  della  sua  giovinezza.  Quello  che 
voi  gli  avete  rinfuso  nel  cuore  è 
senza  fiamma,  è  debole,  è  vile.  Di¬ 
teglielo  !  Io  porto  via  con  me,  oggi, 
quel  che  fu  la  sua  potenza  e  il  suo 


ATTO  TERZO,  SCENA  SECONDA 


169 


orgoglio  e  la  sua  gioia  e  tutto.  Egli 
è  finito.  Diteglielo! 

Il  furore  l’acceca  e  la  soffoca.  Sem¬ 
bra  ch’ella  sia  invasa  da  una  torbida 
volontà  distruttiva,  come  da  un  dè¬ 
mone.  Tutto  il  suo  essere  si  contrae 
nel  bisogno  di  compiere  un  atto  im¬ 
mediato  di  distruzione.  Un  pensiero 
subitaneo  precipita  quell’istinto  verso 
una  mira. 

E  quella  statua  che  è  mia,  che 
m’ apiiartiene ,  ch’egli  ha  fatta  con 
la  vita  che  ha  spremuta  da  me  a 
stilla  a  stilla ,  quella  statua  che 

è  mia.... 

,  >  Ella  si  slancia  con  un  balzo  di 

fiera  verso  la  cortina  chiusa,  la  sol¬ 
leva,  passa  oltre. 

....ebbene,  io  la  spezzerò,  rabbat¬ 
terò  ! 

Silvia  Settala  gitta  un  grido  ac¬ 
correndo  per  impedire  il  delitto.  En¬ 
trambe  scompaiono  dietro  la  cortina. 
S’ode  l’anelito  d’una  breve  iDtta. 


170 


LA  GIOCONDA 


Silvia  Settala,  gridando. 

No,  no,  non  è  vero,  non  è  vero! 
Ho  mentito. 

Copre  le  disperate  parole  lo  stre¬ 
pito  d’una  massa  che  s’inclina  e  cade, 
lo  schianto  della  statua  abbattuta; 
a  cui  segue  un  nuovo  grido  lace¬ 
rante  di  Silvia  che  lo  spasimo  le  trae 
dalle  viscere  profonde. 


ATTO  TEEZO,  SCENA  TERZA 


171 


SCENA  TERZA. 

Francesca  Doni  appare ,  folle  di  terrore 
correndo  verso  quel  grido  ch’ella  riconosce;  men¬ 
tre  Gioconda  Dianti  si  mostra  fra  le  pieghe 
della  cortina,  ancora  velata ,  con  l’attitudine  di 
chi  abbia  ucciso  e  cerchi  lo  scampo. 


Francesca  Doni. 

Assassina  !  Assassina  ! 

Ella  si  piega  a  soccorrere  la  so¬ 
rella,  mentre  l’altra  fugge. 

Silvia,  Silvia,  sorella  mia,  sorella 
mia!  Cile  t’iia  fatto?  che  t’ha  fatto? 
Ah  !  le  mani,  le  mani.... 

La  sua  voce  esprime  l’orrore  di  chi 
vede  una  cosa  raccapricciante. 


Ì72 


•  LA  GIOCONDA 


Silvia  Settala. 

Portami  via!  Portami  via! 

Francesca  Doni. 

Mio  Dio  !  Mio  Dio  !  Ti  son  rima¬ 
ste  sotto?  Mio  Dio!  Ti  si  sono  schiac¬ 
ciate....  L’acqua!  L’acqua!  Non  c’è 
nulla  qui....  Aspetta! 

Silvia  Settala. 

Ah  che  spasimo  !  Non  reggo  ; 
muoio.  Portami  via! 

Ella  appare,  uscendo  di  tra  le  pie¬ 
ghe  rosse,  col  viso  indicibilmente  con¬ 
vulso  dallo  spasimo  ;  mentre  la  so¬ 
rella  curva  le  sostiene  le  due  mani  av¬ 
volte  in  un  pezzo  di  tela  umida  —  tolta 
di  su  la  creta  —  che  s’insanguina. 

Che  spasimo  !  Non  reggo  piu. 

Ella  sta  pervenir  meno;  quand’ecco 
si  precipita  nella  stanza  Lucio  But¬ 
tala  come  un  forsennato.  Ella  trasale, 
fissando  su  di  lui  i  suoi  grandi  occhi  la¬ 
crimanti  ove  l’anima  disperata  muore. 

Tu,  tu,  tu! 


ATTO  TERZO,  SCENA  TERZA 


173 


Francesca  Doni  ,  sostenendo  sempre  le  due 
povere  mani  schiacciate  che  inzuppano  di  sangue 
la  tela  in  cui  è  nascosto  lo  sfacelo  immedicabile. 

Reggetela!  Reggetela!  Ora  cade.... 

Lucio  Settala  regge  tra  le  sue 
braccia  la  dolce  creatura  sanguinosa, 
che  sta  per  perdere  la  conoscenza. 
Ma,  prima  di  mancare,  ella  volge  lo 
sguardo  semispento  verso  la  cortina 
come  per  accennare  alla  statua. 


Silvia  Settala,  con  la  voce  morente. 

È....  salva. 


ATTO  QUARTO. 


Una  stanza  terrena,  tutta  bianca,  semplice,  con 
due  pareti  —  che  fanno  angolo  —  quasi  intera¬ 
mente  aperte  alla  luce  per  un  ordine  di  vetrate, 
al  modo  di  un  tepidario.  Le  stoie  sono  alzate:  a 
traverso  i  cristalli  si  vedono  gli  oleandri,  le  ta¬ 
merici,  i  giunchi,  i  pini,  le  arene  d’oro  sparse  d’al¬ 
ghe  morte,  il  mare  in  calina  sparso  di  vele  latine, 
la  foce  pacifica  dell’Arno,  di  là  dal  fiume  le  mac¬ 
chie  selvagge,  del  'Gomho,  le  Cascine  di  San  Ros¬ 
sore,  le  lontane  montagne  di  Carrara  marmifera. 

Una  porta,  che  conduce  all’interno,  è  nella  terza 
parete.  Da  un  lato  della  porta,  su  una  mensola, 
è  la  Donna  dal  mazzolino  —  la  nota  figura  di 
Andrea  del  Verrocchio  —  ospite  nuova,  venuta 
dall’altra  casa  come  una  compagna  fedele,  le  cui 
belle  mani  sono  pur  sempre  intatte ,  atteggiate 
di  grazia  verso  il  cuore.  Dall’altro  lato  è  una  vec¬ 
chia  spinetta  —  del  tempo  di  Elisa  Baciocchh 
duchessa  di  Lucca  —  con  la  cassa  di  legno  scuro 
intarsiata  di  legno  chiaro,  sorretta  da  piccole  ca¬ 
riatidi  dorate  nello  stile  dell’Impero,  con  i-  suoi 
quattro  pedali  riuniti  in  forma  di  una  cetra. 

È  un  pomeriggio  di  settembre.  Il  sorriso  del¬ 
l’Estate  sparente  sembra  incantare  tutte  le  cose. 
Nella  stanza  solitaria  è  sensibile  la  presenza  del¬ 
l’anima  musicale  che  dorme  in  fondo  allo  stru¬ 
mento  abbandonato,  come  se  anch’esse  le  corde 
rinchiuse  fossero  tocche  dal  ritmo  che  misura  la 
calma  del  mare  vicino. 


1  ^ 


D’Annunzio,  La  Gioconda. 


175 


gioconda 


SCENA  PRDIA. 


.'MLVIa  dettala  appare  su  la  stiglia,  venendo 
•iall  interno  ;  si  s^DS'eriiia:  fa  'jTiaJche  passo  verso 
le  vetrate:  gnaria  la  kntananza.  guarda  intorno 
a  sè.  con  occhi  inànitamenre  rrisri.  Y'  è  nella 
sna  movenza  qn^alche  cosa  di  niaaohevole.  che 


suscita  un'iinagine  vaga  d’ali  tarpate,  che  dà  il 
sentimento  vago  d'una  forza  tiniiliata  e  tronca, 
d’tiiìa  EobCià  awiliTA  d*  nn’ armonia  rotta.  Ella 
jcrta  ina  veste  ciaerizia  alla  cui  esrreniità  corre 


nn  piccolo  orlo  nero,  come  nn  dio  di  Inno.  Le 
maniche  lunghe  nascondono  i  moncherini  ch’ella 
tiene  distesi  gin  pe’  nanchi  e  talvolta  serrati 
contro,  nn  po  in  dietro,  come  per  nasconderli 
nelle  pieghe,  con  nn  moto  doloroso  di  pudore. 

Di  inori  tra  gli  oleandri  folti,  appare  nna  n- 


g-ira  femìnina  —  La  Sieeaett. 
la  semcdaEza  di  nna  fata  e  di  una 
in  atto  'li  chi  spia.  Elia  s*  insinua 


—  che  ha 
mendicante, 
verso  le  ve¬ 


trate  con  nn  passo  furtivo .  reggendo  in  nna 
mano  il  lembo  del  grembinle  ripieno  di  alghe,  di 
nicchi  e  di  stelle  marine. 


ATTO  QUAETO,  SCENA  PEOIA 


179 


Silvia  Settala,  scorgendola  e  andandole 
in  contro  con  un  sorriso  spontaneo  impreveduto. 

Oh,  la  Sirenetta!  Vieni,  vieni. 

La  SirEVETTA,  avanzandosi  fino  ai  cristalli. 

Mi  riconosci  ? 

Bimane  di  fuori ,  in  modo  che  la 
sua  figura  appare  tra  il  luccichio  dei 
cristalli,  i  q^uali  sembrano  continuare 
intorno  a  lei  il  tremito  raggiante  e 
incessante  delle  grandi  acque.  È  gio¬ 
vine,  sottile,  pieghevole  ;  ha  i  capelli 
fulvi  e  scarmigliati ,  il  volto  d*  un 
color  d’oro  olivigno,  i  denti  candidi 
come  1’  osso  della  seppia ,  gli  occhi 
umidi  e  glauchi,  il  collo  esile  e  lungo, 
ornato  d’una  collana  di  conchiglie  , 
in  tutta  la  persona  qualcosa  d’indi- 
cibilmente  fresco  e  guizzante  che  fa 
pensare  a  una  creatura  impregnata 
di  salsedine ,  emersa  dalla  mobilità 
dei  flutti ,  proveniente  dai  nascon¬ 
digli  d’una  scogliera.  La  sua  gonna  di 
bordato  bianco  e  turchino  ,  lacera  e 
scolorita,  scende  poco  più  giù  dei  gi¬ 
nocchi  ,  lasciando  scoperte  le  gambe 


180 


LA  GIOCONDA 


ig’nude;  il  suo  grembiule  azzurrognolo 
stilla  e  odora  di  salmastro  come  uiia 
nassa;  i  suoi  piedi  scalzi,  a  contrasto 
del  color  bruno  che  le  ha  dato  il  sole, 
sono  singolarmente  pallidi  come  le  ra¬ 
dici  delle  piante  acquatiche.  E  la  sua 
voce  è  limpida  e  puerile  ;  e  taluna 
delle  parole  ch’ella  proferisce  sembra 
rischiarare  d’  una  misteriosa  felicità 
il  suo  volto  ingenuo. 

Mi  riconosci,  signora  bella  ? 

Silvia  Settala. 

Ti  riconosco,  ti  riconosco. 

La  Sirenetta. 

Mi  riconosci  ?  Chi  sono  io  ? 

Silvia  Settala. 

Non  sei  la  Sirenetta  ? 

La  Sirenetta. 

Si,  tu  m’hai  riconosciuta.  Quant’è 
che  sei  rivenuta  ? 


ATTO  QUARTO,  SCENA  PRIMA 


181 


Silvia  Settala. 

E  poco. 

La  Sikenetta. 

Tu  rimani  ? 

Silvia  Settala. 

Per  molto  tempo  ancora. 

La  Sirenetta. 

Sino  alFinverno,  forse. 

Silvia  Settala. 

Forse. 

La  Sirenetta. 

E  la  tua  figliuola  ? 

Silvia  Settala. 

Oggi  l’aspetto.  Verrà. 

■  -  La  Sirenetta. 

\ 

Beata!  Non  si  chiama  Beata? 


182 


LA  GIOCONDA 


Silvia  Settala. 

Sì,  Beata. 

La  Sirenetta. 

Tu  le  hai  messo  quel  nome  ? 
Beata,  non  Beatrice.  Quand’era  qui, 
voleva  da  me  ogni  giorno  le  stelle: 
le  stelle  di  mare.  Te  Tha  detto  ? 
Voleva  sentirmi  cantare.  Te  Tlia 
detto  ? 

Silvia  Settala. 

Sì,  me  r  ha  detto.  Si  ricorda  di 
te.  Ti  vuol  bene. 

La  Sirenetta. 

Mi  vuol  bene?  Lo  so.  Mi  dava 
ogni  giorno  il  suo  pane. 

Silvia  Settala. 

Tu  l’avrai  ogni  giorno,  se  vuoi. 
Pane  e  companatico.  Sirenetta,  mat- 


ATTO  QUAETO,  SCENA  PEIMA  183 

tìna  e  sera,  quando  ti  piace.  Ri¬ 
cordati. 

La  SlRENETTA. 

Mattina  e  sera  ti  porterò  ima 
stella.  Ne  vuoi  una?  una  bella?  più 
grande  di  una  mano  ? 

Silvia  Settala,  turbata ,  con  un 
moto  istintivo  trae  in  dietro  le  braccia. 

Silvia  Settala. 

No,  no!  Serbala  a  Beata. 

La  SiRENETTA,  attonita. 

Non  la  vuoi  ? 

Silvia  Settala. 

Dimmi  piuttosto  quel  che  fai  della 

\ 

tua  vita  ;  dimmi  la  tua  giornata.  E 
vero  che  tu  parli  con  le  sirene  del 
mare  ?  Dimmi,  racconta.  Sirenetta. 


V 


184 


LA  eHOCOKDA 


La  Sirenetta.  ' 

Bravamo  sette  sorelle. 

Ci  specchiammo  alle  fontane: 
eravamo  tutte  belle. 

—  Fiore  di  giunco  non  fa  pane^ 
mora  di  macchia  non  fa  vino, 
filo  d’erba  non  fa  panno  lino  — 
la  madre  disse  alle  sorelle. 

Ci  specchiammo  alle  fontana; 
eravamo  tutte  belle. 

La  prima  per  filare 
e  voleva  i  fusi  d’oro  ; 
la  seconda  per  tramare 
e  voleva  le  spole  d’oro  ; 
la  terza  per  cucire 
e  voleva  gli  aghi  d’oro  ; 
la  quarta  per  imbandire 
e  voleva  le  coppe  d’oro  ; 
la  quinta  per  dormire 
e  voleva  le  coltri  d’oro  ; 
la  sesta  per  sognare 
e  voleva'  i  sogni  d’oro  ; 

Tultima  per  cantare, 
per  cantare  solamente, 
e  non  voleva  niente. 


ATTO  quarto,  scena  PRIMA 


ras 


Ella  ride  d’ un  breve  riso  nitido 
che  sembra  tintinnire  su  i  suoi  denti 
.  splendenti. 

Ti  piace  questa  storia? 

Silvia  Settala,  presa  dalla  grazia  di  quella 

semplice. 

È  già  finita?  Perchè  non  seguiti? 

La  Sirenetta. 

Se  tu  ti  siedi  qui*,  io  t’addormento 
come  addormentavo  la  tua  figliuola 
su  l’arena.  Non  hai  sonno  a  que¬ 
st’ora?  E  buono  il  sonno,  di  set¬ 
tembre. 

Settembre  dall'altura 
porta  al  piano  la  frescura 
e  l'Estate  in  sepoltura. 

Amen. 

Silvia  Settala. 

No.  Seguita  la  tua  storia.  Sirenetta, 


r 


186 


LA  GIOCONDA 


La  Sirenetta. 

L'oliva  si  fa  scura 
e  la  doglia  si  matura  : 
olio  e  pianto  alla  pressura. 

Amen. 

Silvia  Settala. 

Seguita  la  tua  storia,  Sirenetta. 

La  Sirenetta. 

Dove  siamo  rimaste  ? 

Silvia  Settala. 

“  E  non  voleva  niente  !  „ 

Una  pausa. 

La  Sirenetta. 

All,  ecco: 

—  Fiore  di  giunco  non  fa  pane, 
mora  di  macchia  non  fa  vino, 
filo  d'erba  non  fa  panno  lino  — 
la  madre  disse  alle  sorelle. 

Ci  specchiammo  alle  fontane  : 
eravamo  tutte  belle. 


ATTO  QUAUTO,  SCENA  PRIMA 


187 


E  la  prima  filò 

torcendo  il  suo  fuso  e  il  suo  cuore, 

e  la  seconda  tramò 

una  tela  di  dolore, 

e  la  terza  cucì 

una  camicia  attossicata, 

e  la  quarta  imbandì 

una  mensa  affatturata, 

e  la  quinta  dormì 

nella  coltre  della  morte, 

e  la  sesta  sognò 

nelle  braccia  della  morte. 

Pianse  la  madre  dolente, 
pianse  la  mala  sorte. 

Ma  Tultima,  che  cantò 
per  cantare  per  cantare 
per  cantare  solamente, 
ebbe  la  sorte  bella. 

Ella  abbassa  la  voce,  la  fa  segreta 
e  remota. 

Le  sirene  del  mare 
la  vollero  per  sorella. 

Una  pausa. 

Silvia  Settala. 

Dunque  è  vero  che  tu  parli  con 
le  sirene  ? 


1B8 


LA  GIOCONDA 


La  Sirenetta,  ponendosi  l’indice  sii  la  bocca. 
Non  dimandare  ! 

Silvia  Settala. 

E  vero  die  nessuno  sa  dove  tu 
dorma  la  notte? 

La  Sirenetta,  col  medesimo  gesto. 

Non  dimandare. 

Silvia  Settala. 

Vuoi  tu  che  io  ti  dia  ricetto,  qui 
nella  casa?  - 

La  SirenettA,  fissandola  in  viso,  come  se  non 
avesse  udita  la  domanda. 

Tu  hai  gli  occhi  afflitti.  Non  sa¬ 
pevo  che  fosse  la  mia  pena,  quando 
mi  guardavi.  Ora  vedo  l  hai  negli 
occhi  un  gran  dolore.  Qualcuno  t’è 
morto. 

Silvia  Settala. 


Tu  sola  mi  consolerai  ! 


ATTO  (QUARTO,  SCRINA  PRIMA  189 


La  Sirenetta. 

Chi  t’  è  morto  ? 

Silvia  Settala. 

Non .  dimandare  ! 

'  La  Sirenetta. 

Ora  ti  vedo  :  tu  non  sei  più  quella. 
Ho  pensato  a  una  rondine  delFaltro 
settembre,  che  non  aveva  più  le  sue 
penne  maestre  e  stava  per  annegarsi 
nel  mare.  Che  t’hanno  fatto?  Qual¬ 
che  cosa  di  male  t’è  stato  fatto. 

Silvia  Settala. 

Non  dimandare  ! 

Istintivamente  ella  nasconde  nelle 
pieghe  della  veste  i  suoi  moncherini, 
con  un  moto  doloroso  che  non  sfugge 
all’ indagine  della  creatura  incante¬ 
vole.  La  quale,  d’improvviso,  come  per 
un  accorgimento,  lascia  il  lembo  del 
grembiule  in  modo  che  il  suo  piccolo 
tesoro  marino  cade  e  si  sparge  sul 
terreno. 


190 


LA  GIOCONDA 


La  Sirenetta^  inclinandosi  e  scegliendo. 

Vuoi  una  stella?  una  bella?  più 
grande  di  una  mano  ?  Guarda  ! 

Ella  mostra  alla  mutilata  una  grande 
asteria  a  cinque  raggi. 

Prendila!  Te  la  dono. 

La  mutilata  scuote  il  capo  in  segno 
di  diniego,  serrando  le  labbra  come 
per  ricacciare  in  giù  il  nodo  che  le 
chiude  la  gola. 

Non  puoi?  Hai  le  mani  malate  ? 
fasciate  ? 

La  mutilata  accenna  di  sì  col  capo. 
Le  parole  delhaltra  si  fanno  tremule 
di  pietà. 

Sei  caduta  nel  fuoco?  te  le  sei 
bruciate  ?  Ti  dolgono  ancora  ?  o 
stanno  per  guarire? 

Silvia  SetTALA,  con  una  voce  appena  udibile. 

Non  le’lio  più. 


ATTO  QUARTO,  SCENA  PRIMA 


191 


La  SieenettAj  sollevandosi  sbigottita. 

Non  le  hai  piu!  Te  le  hanno  ta¬ 
gliate  ?  Sei  monca  ? 

La  mutilata  accenna  di  sì  col  capo, 
spaventevolmente  pallida.  L’altra  rab¬ 
brividisce  d’orrore. 

No,  no,  no  !  Non  è  vero. 

Ella  tiene  gli  occhi  fissi  alle  pie¬ 
ghe  dèlia  veste  ove  la  mutilata  na¬ 
sconde  i  suoi  tìioncherini. 

Dimmi  che  non  è  vero. 

Silvia  Settala. 

Non  le  ho  piti. 

La  Sirenetta. 

Perchè  ?  perchè  ? 

Silvia  Settala. 


Non  dimandare  ! 


192 


LA  GIOCONDA 


La  Sirenetta. 

Ah,  che  cosa  crudele! 

Silvia  Settala. 

Le  ho  donate. 

La  Sirenetta. 

Le  hai  donate  ?  A  chi  ? 

Silvia  Settala. 

Al  mio  amore. 

La  Sirenetta. 

Ah,  che  crudele  amore!  Com’erano 
belle,  com’erano  belle  !  Credi  tu  che 
io  non  me  ne  ricordi?  Te  le  ho  ba¬ 
ciate;  tante  tante  volte  te  le  ho  ba¬ 
ciate  con  questa  bocca.  Mi  davano  il 
pane,  una  melagrana,  una  tazza  di 
latte....  Erano  belle  come  se  te  le 


’lTTO  QUARTO,  SGENA  PRIMA 


193 


avesse  fatte  l’Alba  con  un  fiato,  bian¬ 
che  come  il  fiore  della  maretta,  piu 
fini  di  quei  ricami  che  fa  il  vento  nel- 
l’arena;  si  movevano  come  il  sole 
nell’acqua,  favellavano  meglio  della 
lingua  e  delle  pupille,  quello  che  di¬ 
cevano  era  come  una  parola  benigna, 
quello  che  prendevano  per  donare  do- 
ventava  tutt’oro.  Me  ne  ricordo:  le 
vedo,  le  vedo.  Un  giorno  giocavano 
con  l’arena  tiepida:  l’arena  passava 
tra  le  dita  come  in  un  vaglietto  e 
si  piacevano  nel  gioco  ;  e  la  Beata  le 
guardava  e  rideva;  e  io,  che  le  guar¬ 
davo,  avevo  il  medesimo  piacere.  Un 
giorno  sbucciavano  un’arancia:  e  ne 
fecero  tanti  spicchi,  e  a  me  ne  toccò 
imo  ed  era  dolce  come  lin  fiale.  Un 
giorno  mettevano  una  fasciolina  in¬ 
torno  a  un  piede  della  piccola,  che 
piangeva  perchè  l’aveva  pinzata  un 


D’Annunzio,  La  Gio(ton(ìa . 


13 


m 


LA  GIOCONDA 


gamberello  ;  e  il  dolore  subito  cessò, 
e  la  piccola  si  mise  a  correre  per  la 
riva.  Un  giorno  giocavano  con  que’ 
bei  riccioli,  e  d’ogni  ricciolo  si  face- 
vano  un  anello  per  ogni  dito,  e  poi 
ricominciavano,  e  poi  ricominciavano 
ancora  ;  e  la  Beata  si  addormentò 
con  la  rugiada  in  bocca.... 

Silvia  Settala,  soffocatamente. 

Non  dir  più!  Non  dir  più! 

La  Sirenetta. 

Ah,  che  crudele  amore! 

Una  pausa.  Ella  resta  pensosa 

E  dove  saranno?  Lontane  da  te, 
sole,  nella  terra,  in  fondo....  Le  hanno 
seppellite?  Dove?  In  un  bel  giardino? 

Una  pausa.  La  mutilata  tiene  le 
palpebre  chiuse  e  appoggia  il  capo 
al  cristallo  ove  si  riflette  il  tremolio' 
del  mare. 


ATTO  QUAKTO,  SCENA  PRIMA 


19& 


Le  hai  vedute  portar  via?  Com’e¬ 
rano  bianche!  Le  hanno  intrise  in 
un  balsamo  forte.  E  gli  anelli?  Con 
tutti  gli  anelli?  Ne  avevi  uno  con 
una  pietra  verde,  e  uno  con  tre  perle, 
e  uno  intrecciato  d’oro  e  di  ferro,  e 
uno  liscio,  un  cerchietto  lucente,  e 
quello  solo  era  airanulare. 

Una  pausa.  Un’espressione  indefi¬ 
nibile  appare  sul  volto  deUa  muti¬ 
lata,  mentre  ella  abbandona  le  brac¬ 
cia  lungo  i  fianchi  allentando  la  con¬ 
trattura. 

Ci  pensi?  Le  sogni?  Se  ti  rifio¬ 
rissero  calde.... 

La  mutilata  apre  gli  occhi  e  sob¬ 
balza,  come  chi  si  sveglia  all’improv¬ 
viso.  Le  sue  braccia  sussultano. 

Che  hai? 

Silvia  Settala. 

È  strano:  veramente  qualche  volta 
mi  par  di  riaverle,  mi  par  di  sentire 


196 


LA  GIOCONDA 


il  sangue  scendere  alla  punta  delle 
dita.  Quando  tu  parlavi,  le  avevo.... 
erano  più  belle,  Sirenetta. 

La  Sirenetta. 

Più  belle  ? 

Silvia  Settala. 

Tu  mi  consolerai.  Sirenetta.  Io 
non  posso  prendere  la  tua  stella,  ma 
posso  guardare  i  tuoi  occhi  e  udire 
la  tua  voce.  Stanimi  vicina,  ora  che 
t’ho  ritrovata.  Anch’io  ti  vorrei  per 
sorella. 

La  SirexVetta. 

Vorrei  darti  le  mie  mani,  se  non 
fossero  tanto  ruvide  e  scure 

Silvia  Settala. 

Sono  felici  le  tue  mani  :  toccano 
le  foglie,  i  fiori,  l’arena,  l’acqua,  le 
pietre,  i  fanciulli,  gli  animali,  tutte 


ATTO  QUARTO,  SCENA  PRIMA 


197' 


le  cose  innocenti.  Tu  sei  felice,  Si¬ 
renetta  :  la  tua  anima  nasce  ogni 
mattina  ;  ora  è  piccola  come  una 
perla  e  ora  è  grande  come  il  mare. 
Tu  non  hai  nulla  e  hai  tutto  ;  non 
sai  nulla  e  sai  tutto.... 

,La  SirekETTÀ,  volgendosi  a  un  tratto 
e  interrompendola. 

Hai  sentito  la  folata?  Guarda, 
guarda  quante  rondini  sul  mare  ! 
Sono  piu  di  mille  :  una  nuvola  viva. 
Guarda  come  brillano  !  Ora  partono, 
vanno  a  un  gran  viaggio,  in  una 
terra  distante;  Tomhra  cammina  su 
r  acqua  con  loro  ;  qualche  piuma 
cade;  si  farà  sera;  incontreranno /le 
barche  in  alto  mare;  vedranno  i  fuo¬ 
chi,  udranno  i  canti  dei  marinai;  i 
marinai  le  guarderanno  passare  ;  pas¬ 
seranno  rasente  alle  vele;  qualcuna 


198 


LA  GIOCONDA 


urterà,  cadrà  sul  ponte  stanca.  Una 
sera,  una  nuvola  di  rondini  stan¬ 
che  s’ahbatterà  su  una  barca  come 
un  passo  di  storni  su  le  paretelle  e 
tutta  la  ricoprirà.  I  marinai  non  le 
toccheranno.  Non  si  moveranno,  per 
non  spaventarle;  non  parleranno,  per 
lasciarle  dormire.  E,  come  ce  ne  sarà 
anche  sul  ceppo  dell’àncora  e  su  la 
barra  del  timone,  per  quella  notte 
la  barca  andrà  alla  ventura  sotto 
la  luna.  Ma  all’alba....  Ah!  Chi  ti 
chiama  ? 

Interrompe  il  sogno,  udendo  una 
voce  estranea  tra  gli  oleandri;  fa 
l’atto  di  fuggire. 

Addio,  addio. 

Silvia  Settala,  ansiosamente. 

È  mia  sorella.  Non  fuggire,  non 
te  n’andare,  Sirenetta!  Eimani  qui 
dintorno.  Viene  Beata. 


ATTO  (^UAETO^  SCENA  SECONDA 


199 


La  Sirenetta. 

Addio,  addio.  Tornerò. 

Fugge  verso  il  mare,  si  dilegua 
nell’azzurro  e  nel  sole, 

SCENA  SECONDA. 

Appare  tra  gli  oleandri  Prancesca  Doni 
seguita  da  LoRENZO  Gaddi  il  vecchio. 


Francesca  Doni. 

Vedi  chi  ti  conduco? 

Silvia  Settala,  ansiosamente. 

E  Beata?  E  Beata? 

Francesca  Doni. 

Verrà  fra  poco.  L’ho  lasciata  con 
Faustina.  Son  venuta  innanzi  perchè 
non  t’arrivasse  alFimprovviso.... 


20,0 


LA  GIOCONDA 


Silvia  Settala. 

Caro  maestro,  come  vi  sono  grata! 

Il  vecchio  fa  l’atto  istintivo  di  ten¬ 
dere  le  mani  verso  di  lei.  Ella  s’in¬ 
china  leggermente  e  gli  offre  la  fronte, 
ch’egli  sfiora  con  le  labbra. 

Lorenzo  Gaddi,  dissimulando  la  sua 
commozione. 

Come  sono  felice  io  di  rivedervi, 
cara  Silvia,  e  di  rivedervi  già  sol¬ 
levata  e  sana  !  Il  mare  vi  giova.  H 
mare  è  pur  sempre  il  gran  consola¬ 
tore.  Laggiù,  al  Forte  dei  Marmi,  si 
pensava  molto  a  voi. 

Silvia  Settala.  ^ 

Non  è  tanto  lontano  di  qui  il  Forte 
dei  Marmi. 

Lorenzo  Gaddi,  indicando  i  lidi  remoti. 

È  laggiù,  sotto  Serravezza,  di  qua 
4a  Massa. 

Guardano  per  le  vetrate  la  lon¬ 
tananza.  ' 


ATTO  QUAKTO,  SCENA  SECaNDA 


201 


Francesca  Doni. 

Come  si  vedono  bene  oggi  le  mon¬ 
tagne  di  Carrara!  Si  possono  con¬ 
tare  le  punte  a  una  a  una.  Non  mi 
ricordo  una  giornata  più  limpida  di 
questa.  Chi  era  con  te,  Silvia?  La 
Sirenetta?  M’è  parso  di  vederla  fug¬ 
gire  verso  il  mare.  E  poi,  ecco  la 
sua  traccia:  alghe,  nicchi,  stelle  ma¬ 
rine. 

Ella  indica  il  tesoro  puerile  sparso 
a  terra. 

Silvia  Settala. 

Si,  era  qui  con  me,  dianzi. 

Lorenzo  Gaddl 

Chi  è  la  Sirenetta? 

Francesca  Doni. 

Una  piccola  pazza  errante. 


canto;  una  creatura  di  sogno  e  di  , 

verità,  che  sembra  uno  spirito  del  ^ 

mare.  La  conoscerete  e  l’amerete  con 


me.  Conoscendola,  udendola  parlare, 
si  comprendono  molte  cose  profonde. 
Certo,  vi  parrà  perfetta  :  ella  dà  sem¬ 
pre  e  non  chiede  mai. 

Lorenzo  Gaddi. 

Vi  somiglia  in  questo. 

Silvia  Settala. 

Ahimè,  no.  Avrei  voluto  e  dovuto 
somigliarle  in  questo;  ma  la  luce  mi 
venne  meno  e  cedetti  alFinganno  della 
vita.  Quale  accecamento  !  Tanto  chiesi 
che,  per  ottenercy  mi  ridussi  perfino 
a  mentire:  io!  Ne  esco  mutilata,  stron- 


ATTO  QUAETO,  SCENA  SECONDA 


203 


cata,  per  ammenda  della  menzogna. 
Avevo  tese  le  mani  troppo  violente-  - 
mente  verso  nn  bene  che  m’era  vie¬ 
tato  dal  destino.  Non  mi  lagno,  non 
gemo.  Poiché  bisogna  vivere,  vivrò. 
Forse  un  giorno  la  mia  anima  sarà 
pacificata.  Sentivo  nascere  in  me  que¬ 
sta  speranza,  ascoltando  la  voce  di 
quella  creatura  semplice  e  candida 
che  può  insegnare  le  cose  eterne.  M’ha 
detto  che  mi  porterà  una  stella  ogni 
mattina. 

Ella  tenta  di  sorridere.  La  sorella 
è  rimasta  presso  le  vetrate  e  sembra 
intenta  a  guardare  le  montagne  lon¬ 
tane;  ma  l’ombra  della  tristezza  oc¬ 
cupa  il  suo  viso  mite. 

Guardate  là,  maestro,  la  Donna 

\ 

dal  mazzolino.  E  venuta  meco.  Ora, 
se  •  la  guardo,  ha  qualche  cosa  di  fu¬ 
nebre  per  me  :  tuttavia  non  ho  saputo 
distaccarmene.  Vi  ricordate,  maestro, 


204 


LA  GIOCONDA 


di  quel  giorno  d’aprilg?  e  della  testa 
inghirlandata? 

Lorenzo  Gaddi. 

Mi  ricordo,  mi  ricordo...» 

Silvia  Settata. 

La  vita  nuova! 

Lorenzo  Gaudi. 

In  ogni  cosa  era  un  augurio. 

Silvia  Settata. 

Quando  vedo  passare  i  cammelli 
carichi  di  fascine ,  là ,  oltr’  Arno , 
nelle  macchie  del  Gombo,  ripenso  al¬ 
l’arrivo  di  Cosimo  Dalbo ,  all’  alle¬ 
grezza  di  quella  sera,  allo  scarabeo 
che  io  misi  in  mezzo  a  un  fascio  di 
rose  colte  da  Beata.... 

Si  volge  verso  la  sorella. 

Oh,.  Francesca,  io  parlo  e  il  cuore 


ATTO  QUARTO,  SCENA  SECONDA 


205 


intanto  mi  fa  così  male  die  non  re¬ 
sisto  più.  Dov’è  Beata? 

Francesca  Doni,  stretta  dalla  pena. 

Vuoi  dunque  vederla  ora?  Sei 
forte? 

Silvia  Settata. 

Sì,  sì,  sono  forte,  sono  pronta.  L’in¬ 
dugio  è  peggiore. 

Francesca  Doni. 

Allora  vado,  e  te  la  conduco. 

Silvia  Settata,  non  riuscendo  a  contenere 

l’ansietà. 

Aspetta  un  minuto.  Non  rimanete 
con  noi  qui,  stasera,  maestro?  Sarei 
contenta. 

Lorenzo  Gaddi. 


Ebbene,  sì,  rimango. 


206 


LA  GIOCONDA 


Silvia  Settala. 

Possiamo  ospitarvi.  Faccio  prepa¬ 
rare  la  vostra  stanza.  Aspetta,  Fran¬ 
cesca,  un  minuto. 

Ella  è  convulsa,  non  potendo  più 
dominare  la  sua  ambascia.  Ya  verso 
la  porta  con  l’atto  di  chi  corra  a  na¬ 
scondere  un  pianto  che  sia  per  ir¬ 
rompere. 

Praa'cesca  Doni. 

Vuoi  ch’io  venga,  Silvia? 

Silvia  Settala,  con  la  voce  soffocata. 

No,  no. 

^  Scompare. 

Francesca  Doni. 

Ah,  che  maledizione,  che  male¬ 
dizione  1  La  vedete?  Finché  era  nel 
suo  letto,  sotto  le  sue  coperte,  fa¬ 
sciata,  esangue,  tutto  l’orrore  della 
cosa  non  appariva.  Ma  ora  che  è 


ATTO  QUAKTO,  SCENA  SECONDA 


207 


in  piedi,  ora  che  si  muove,  cammina, 
rivede  le  persone  amiche,  ritrova  le 
abitudini  d’un  tempo,  si  dispone  ai 
gesti  che  le  erano  famigdiari....  Pen¬ 
sate  ! 

Lorenzo  Gaddi. 

Sì,  è  una  sorte  troppo  atroce.  Mi 
ricordo  ancora  di  quel  che  diceste 
tanto  teneramente,  guardandola,  in 
quel  giorno  d’aprile.  “  Sembra  che 
abbia  le  ali  !  „  La  bellezza  e  la  leg¬ 
gerezza  delle  sue  mani  le  davano 
quell’aspetto  di  creatura  alata.  V’era 
in  lei  una  specie  di  fremito  inces¬ 
sante.  Ora  sembra  che  si  trascini.... 

Francesca  Doni. 

Ed  è  stato  un  sacrifizio  inutile 
come  gli  altri,  non  è  valso  a  nulla, 
non  ha  mutato  nulla  :  ecco  l’atrocità 
della  sorte.  Se  Lucio  le  fosse  rima- 


208 


LA  GflOCONDA 


sto,  credo  ch’ella  sarebbe  contenta 
di  avergli  potuto  dare  quest’iiltima 
prova,  d’ avergli  potuto  fare  anche 
il  sacrifizio  delle  sue  mani  vive.  Ma 
ella  conosce  ornai  tutta  la  verità, 
nella  sua  crudezza....  Ab  che  infa¬ 
mia!  Avreste  mai  potuto  credere  che 
Lucio  fosse  capace  di  tanto?  Dite. 

Lorenzo  Gaddi. 

Anch’egli  ha  il  suo  fato,  e  gli 
obbedisce.  Come  non  fu  padrone 
della  sua  morte,  così  non  è  padrone 
della  sua  vita.  Lo  vidi  ieri.  M’aveva 
scritto  al  Forte  dei  Marmi  per  pre¬ 
garmi  di  salire  alle  Cave  e  di  spe¬ 
dirgli  un  masso.  Lo  vidi  ieri,  nel 
suo  studio.  Il  suo  viso  è  così  scarno 
che  sembra  debba  divorarglielo  il 
fuoco  degli  occhi.  Quando  parla,  si 
eccita  stranamente.  Ne  rimasi  tur- 


■  [  ATTO  QUARTO,  SCENA  SECONDA  209 

bato.  Lavora,  lavora,  lavora,  con 
ana  terribile  furia:  forse  cerca  di 
sottrarsi  a  un  pensiero  che  lo  rode. 

Francesca  Doni. 

La  statua  è  ancora  là  ? 

Lorenzo  Gaddi. 

È  ancora  là,  senza  braccia.  L’ha 
lasciata  così:  non  ha  voluto  restau¬ 
rarla.  Così,  sul  piedestallo,  sembra 
veramente  un  marmo  antico,  dissep¬ 
pellito  in  una  delle  Cicladi.  Ha  quah 
che  cosa  di  sacro  e  di  tragico,  dopo 
la  divina  immolazione. 

Francesca  Doni,  a  bassa  voce. 

*  E  quella  donna,  la  Gioconda, 
era  là? 

Lorenzo  Gaddi. 

Era  là,  silenziosa.  Quando  uno  la 
guarda,  e  pensa  ch’ella  è  causa  di 


D'Annunzio,  La  Gioconda. 


210 


LA  gioconda 


tanto  male,  veramente  non  può  im¬ 
precare  contro  di  lei  nel  suo  cuore; 
—  no,  non  può,  quando  uno  la  guar¬ 
da....  Io  non  ho  mai  veduto  in  carne 
mortale  un  così  grande  mistero. 

Una  pausa.  Il  vecchio  e  la  mite 
sorella  rimangono  in  pensiero,  per 
qualche  attimo,  chinato  il  capo. 

Francesca  Doni,  sospirando  per  l’angoscia 
che  l’opprime. 

Mio  Dio,  mio  Dio  !  E  intanto  ora 
dovrò  condurre  Beata  alla  madre,  e 
si  rivedranno,  dopo  tanto  ;  e  la  pic¬ 
cola  capirà  la  verità,  saprà  la  cosa 
orrenda....  Come  nascondere,  a  lei 
che  si  ricorda  di  tutte  le  carezze  e 
ne  è  folle!  L’avete  veduta,  T avete 
udita,  dianzi.... 

Silvia  Sbttala  riappare  su  la  so¬ 
glia.  I  suoi  occhi  sono  arsi  e  tutta 
la  sua  persona  è  contratta  da  uno 
sforzo  spasimoso. 


ATTO  QUARTO,  SCENA  SECONDA 


211 


Silvia  Settala. 

Eccomi,  Francesca;  sono  pronta. 
La  stanza  è  già  preparata,  maestro, 
se  volete  salire. 

Lorenzo  Gaddi,  andando  verso  di  lei  con  la 
voce  tremante  di  commozione. 

Coraggio!  E  rultima  prova. 

Esce  per  la  porta.  La  mutilata  si 
avanza  verso  la  sorella,  anelante. 

Silvia  Settala. 

Orava,  va!  Conducila. Aspetto  qui. 

La  sorella  le  cinge  con  le  braccia 
il  collo  e  la  bacia,  in  silenzio.  Poi 
esce  dalla  parte  del  mare,  si  allon¬ 
tana  rapidamente  tra  gli  oleandri. 


212 


LA  GIOCONDA  v 


SCENA -.TERZA, 

Silvia  Settala^  anelante,  guarda  per  mezzo 
ai  rami  che  il  sole  obliquo  accende.  È  Torà  esta¬ 
tica.  Il  giorno  è  più  limpido  che  i  cristalli  della 
stanza  bianca;  il  mare  è  soave  come  il  fiore  del 
lino,  immobile  così  che  le  lunghe  imagini  delle 
vele  rispecchiate  sembrano  toccarne  il  fondo;  il 
fiume  sembra  generare  quel  gran  riposo,  versan¬ 
dovi  l’onda  perenne  della  sua  pace;  i  boschi  sa¬ 
lubri,  tutti  penetrati  di  fluido  oro,  si  alleggeri¬ 
scono  meravigliosamente,  quasi  che  perdano  le 
radici  per  nuotare  nella  delizia  del  loro  aroma; 
le  Alpi  marmifere  in  lontananza  segnano  nel 
cielo  una  linea  di  bellezza,  in  cui  si  rivela  il 
sogno  che  sorge  dal  loro  chiuso  popolo  di  sta¬ 
tue  addormentate. 

Kiappare  in  quel  silenzio  La  SirEjS^ETTA  e  s’ode 
la  sua  voce  pura. 


ATTO  QUARTO,  SCENA  TERZA 


213 


La  Sirenetta. 

Sei  sola? 

Silvia  Settala,  affannata. 

Sì,  attendo. 

La  Sirenetta,  accostandosi. 

Hai  pianto? 

Silvia  Settala. 

Sì,  un  poco. 

La  Sirenetta,  con  infinita  pietà. 

Sembra  che  tu  abbia  pianto  un 
anno.  Hai  gli  occhi  bruciati.  Troppo 
ti  duole  il  cuore. 

Silvia  Settala. 

Taci.  Non  posso  premermi  il  cuore. 

Ella  si  stringe  contro  il  tronco 
dell’oleandro  più  vicino  ,  convulsa  , 
non  potendo  più  sostenere  lo  spa¬ 
simo  dell’attesa. 


LA  GIOCONDA 


Ora  viene,  ora  viene. 

Ella  si  distacca  dal  tronco  e  ri¬ 
entra  nella  stanza ,  come  presa  dal 
terrore,  con  1’  atto  di  chi  cerchi  un 
rifugio. 


La  voce  di  Beata,  tra  gli  oleandri. 

Mamma!  Mamma! 

La  madre  sussulta,  si  volge ,  spa¬ 
ventosamente  pallida. 

Mamma  ! 

La  figlia  si  slancia  verso  la  ma¬ 
dre  con  un  grido  di  gioia,  tutt’ac- 
cesa  in  viso,  calda,  con  i  capelli  scom¬ 
posti  ,  ansante  come  dopo  una  lunga 
corsa,  portando  un  fascio  confuso  di 
fiori.  Com’  ella  si  slancia ,  il  fascio 
cade.  La  mutilata  si  china  verso  le 
piccole  braccia  che  le  avvinghiano  il 
collo;  offre  la  faccia  morente  ai  fu¬ 
riosi  baci. 

Silvia  Settala. 


Beata!  Beata! 


ATTO  QUAETO,  SCENA  TEEZA  215 


Beata,  ansante. 

All,  quanto  ho  corso,  quanto  ho 
corso  !  Sono  fuggita,  sola.  Ho  corso, 
ho  corso..-..  Non  volevano  lasciarmi 
venire.  Ah,  ma  io  sono  fuggita,  col 
mio  fascio  di  fiori. 

Copre  di  nuovi  baci  il  volto  ma¬ 
terno. 

Silvia  Settala. 

Sei  tutta  molle  di  sudore,  sei  tutta 
calda,  bruci....  Mio  Dio! 

Nell’  impeto  della  .tenerezza  ,  ella 
sta  per  fare  il  gesto  istintivo  di  asciu¬ 
garla;  ma  si  trattiene,  nasconde  nelle 
pieghe  della  veste  i  suoi  moncherini; 
e  un  brivido  di  orrore,  visibile,  le  tra¬ 
versa  la  persona. 

Beata. 


Perchè  non  mi  prendi  ?  Perchè 


216 


LA  GTOCO^'DA 


non  mi  stringi?  Prendimi!  Prendimij 
mamma  ! 

Ella  si  solleva  su  la  punta  dei 
piedi ,  per  essere  rapita  dall’  abbrac¬ 
cio  materno.  La  madre  indietreggia, 
perdutamente. 

Silvia  Settala. 

Beata  ! 

^  -  Beata,  incalzandola. 

Non  vuoi?  Non  vuoi? 

Silvia  Settala. 

Beata! 

Ella  tenta  di  esprimere  il  sorriso 
delle  sue  labbra  smorte  che  torce  l’in¬ 
dicibile  dolore. 

Beata. 

Tu  giochi?  Che  nascondi?  Oh, 
dammi,  dammi  quello  che  nascondi! 

Silvia  Settata. 

Beata!  Beata! 


ATTO  QUARTO',  SCENA  TERZA 


217 


Beata. 

Io  t’ho  portati  i  fiori,  tanti  fiori. 

Vedi?  Vedi? 

Nel  volgersi  per  raccogliere  il  fa¬ 
scio  caduto,  ella  scorge  la  sua  amica 
selvaggia  ;  la  riconosce. 

Oh,  la  Sirenetta!  Sei  là? 

La  Sie^:netta  è  là,  davanti  ai  cri¬ 
stalli  ,  diritta  in  piedi ,  muta  testi¬ 
mone,  con  gli  occhi  fissi  alla  madre 
dolorosa.  Come  il  soffio  iterato  del 
vento  passa  tra  le  frondi  d’un  arbu¬ 
sto  e  le  fa  tremolare,  così  il  dolore 
della  madre  sembra  investire  e  pene¬ 
trare  quell’  esile  corpo  a  cui  il  sole 
obliquo  cinge  le  sue  bande  d’oro. 

Vedi  quanti?  Tutti  per  te!* 

La  piccola  raccoglie  il  suo  fascio. 

Tieni  ! 

Si  slancia  ancora  versi)  la  madre  , 
che  indietreggia. 

Silvia  Settala. 

Beata  !  Beata  !  • 


218 


LA  GIOCONDA 


Beata^  attonita. 

Non  li  vuoi?  Prendi!  Tieni! 

Silvia  Settata. 

Beata  ! 

Ella  cade  in  ginoccliio,  vinta  dal 
dolore  ,  abbattuta  come  da  un  colpo 
più  forte,  cade  in  ginocchio  dinanzi 
alla  figlia  sbigottita  ;  e  un  fiotto  di 
pianto,  che  sgorga  dagli  occhi  come 
il  sangue  da  una  ferita,  le  inonda  la 
faccia. 

Beata. 

Piangi?  Piangi? 

Sbigottita  ella  si  getta  contro  il 
seno  della  madre,  con  tutti  i  suoi  fiori. 
La  Sirenetta,  caduta  anch’ella  in 
ginocchio,  prona,  tocca  con  la  fronte 
e  con  le  palme  distese  la  terra. 


T  E  A  O  2. 


c(*)ncordanza; 


Ed  Elena,  prestamente  avvoltasi  di 
veli  bianchi,  usci  dalla  stanza  nuziale  pian¬ 
gendo;  e  lei  seguivano  due  donne:  Etre 
figlia  di  Pitteo  e  Olimene  dagli  occhi  bo¬ 
vini.  Ed  ecco,  giunsero  alle  Porte  Scee. 
Priamo,  Pantoo,  Timet®,  Lampo,  Clitio, 
Icetaone  alunno  di  Ares,  e  Ucalegonte  e 
Antenore  fior  di  saggezza  entrambi,  se¬ 
devano,  vegliardi  venerandi,  sopra  le  Porte 
Scee.  E  la  vecchiaia  li  teneva  lontani  dalla 
guerra;  ma  erano  eglino  agoreti  eccellenti, 
simili  alle  cicale  che  nei  boschi  appese  a 
un  albero  versano  la  lor  voce  melodiosa. 
Tali  erano  i  principi  dei  Troiani,  seduti 
in  cima  della  torre.  E,  come  videro  Elena 
che  saliva  verso  di  loro,  dissero  gli  uni 
agli  altri  sommessamente  queste  parole 
alate:  —  Certo,  È  giusto  che  i  Troiani  e 
gli  Achei  da'  bei  schinieri  patiscano  tanti 
mali  e  da  sì  gran  tempo,  a  cagione  di  una 
tal  donna;  perocché  ella  somigli  in  sua 
bellezza  alle  iddie  immortali.  „ 

.  Iliade  :  raps.  III. 


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